Skip links

Cassazione penale e analisi su alimenti deperibili

Cassazione penale e analisi su alimenti deperibili: facciamo un breve commento alla pronuncia della Suprema Corte, Sezione III penale, n. 11246 del 13.12.2019, depositata il 20.04.2020.

Abbiamo dedicato al tema un intervento di approfondimento della disciplina applicabile, parlando delle modalità di campionamento ed analisi di alimenti e dei diritti che si possono far valere in simili situazioni.

La vicenda

Il procedimento trae origine dalla condanna del titolare di una macelleria alla pena di 10.000 € di ammenda per aver commesso il reato punito dal combinato disposto degli articoli 6 co. 3° e 5 lett. d) della L. 283/1962 (vendita, detenzione per la vendita o somministrazione di sostanze alimentari alterate), in quanto aveva posto in vendita, presso il proprio negozio, una salsiccia fresca di suino in cui le analisi svolte nel corso di un’ispezione di routine avevano evidenziato la presenza di salmonella.

A seguito della condanna in appello, l’imputato ha presentato ricorso per Cassazione.

I punti salienti della sentenza di legittimità

In primo luogo, la Corte rileva che, contrariamente alla doglianza difensiva, l’assenza di un limite di tollerabilità legislativo relativo alla salmonella (anche quella c.d. “minore” del tipo Spp) non significa che, per integrare il reato in parola, occorra procedere alla verifica della concreta pericolosità dell’alimento per la salute dei consumatori, bensì che “la presenza nell’alimento di microrganismi estranei alla sua composizione naturale, anche se non ricompresi tra quelli per i quali il regolamento di esecuzione della citata L. n. 283 prevede limiti di accettabilità … non è mai tollerata, così comportando l’alterazione della sostanza alimentare nella quale le stesse siano contenute”, non potendosi contare sulla successiva cottura per escludere il pericolo di infezioni e danni alla salute.

Viceversa, la diversa contravvenzione punita dalla lettera c) dello stesso art. 5 L. 283/1962 (vendita, detenzione per la vendita o somministrazione di sostanze alimentari con cariche microbiche superiori ai limiti) richiede l’accertamento del superamento di limiti di tollerabilità definiti normativamente.

Venendo al tema di nostro interesse, invece, il Giudice di legittimità ha inquadrato la categoria di alimenti per i quali non è possibile ripetere le analisi di laboratorio come vorrebbe, di norma, l’art. 1 della già citata L. 283/1962.

Si tratta di alimenti definiti dall’art. 1 D.M. Sanità 16 dicembre 1993, n. 303 come deteriorabili (tra cui si citano latte, prodotti ortofrutticoli freschi, carni fresche e preparazioni di carne ecc.)  e che si suddividono a loro volta in due sottogruppi.

Il primo è rappresentato da quegli alimenti la deteriorabilità non abbisogna di accertamento analitico.

In tal caso, il campione prelevato va suddiviso in quattro aliquote (art. 2 co. 1° D.M. citato): una consegnata dal prelevatore al detentore del prodotto alimentare unitamente al verbale di prelevamento, mentre le altre tre aliquote vengono consegnate ai laboratori competenti per territorio per l’effettuazione, su una prima aliquota, degli accertamenti analitici e per la ripetizione, su una seconda aliquota, delle analisi limitatamente ai parametri eventualmente risultati non conformi, rimando l’ultima a disposizione dell’autorità giudiziaria, qualora decida di ordinare una perizia.

Il secondo gruppo è costituito, invece, dagli alimenti la cui deteriorabilità va accertata analiticamente.

In tal altro caso, il campione viene ripartito dalla persona incaricata del prelievo in cinque aliquote (art. 2 co. 2° D.M. citato): l’aliquota in più rispetto a quanto detto precedentemente è impiegata per effettuare, in via preliminare, l’analisi della deteriorabilità mediante misurazione della concentrazione idrogenionica (pH) e dell’acqua libera (aW).

In entrambi i casi, dunque, se l’esito dell’esame del laboratorio fosse positivo, nel senso che viene accertata una irregolarità del campione, non ci sarebbero i tempi tecnici per consentire all’interessato di presentare l’istanza di revisione, vista la deteriorabilità della sostanza. Ecco perché il legislatore ha previsto un procedimento rapido, delineato nel d. lgs. 123/1993 all’art. 4, in cui è lo stesso responsabile del laboratorio a provvedere, con tempestività, a dare avviso all’interessato del luogo, giorno e ora in cui le analisi verranno ripetute limitatamente ai parametri risultati non conformi. Detta analisi verrà svolta con la massima priorità e, in ogni caso, dovrà essere effettuata entro un periodo di tempo commisurato alle caratteristiche di deteriorabilità del prodotto in esame.

Questo dovere informativo da parte del responsabile del laboratorio di analisi va, in sostanza, ad integrare la previsione di cui all’art. 223 disp. att. c.p.p., che prevede che, non solo in ambito di indagini penali, ma anche in sede amministrativa, “qualora nel corso di attività ispettive o di vigilanza previste da leggi o decreti si debbano eseguire analisi di campioni per le quali non è prevista la revisione, a cura dell’organo procedente è dato, anche oralmente, avviso all’interessato del giorno, dell’ora e del luogo dove le analisi verranno effettuate. L’interessato o persona di sua fiducia appositamente designata possono presenziare alle analisi, eventualmente con l’assistenza di un consulente tecnico”.  

Quid iuris se, invece, il campione prelevato non consenta, per sua natura, la ripetizione delle analisi e non sia frazionabile in quattro o cinque aliquote?

A questo punto, a giudizio della Suprema Corte, si applica l’art. 223 citato già in sede della prima e unica analisi, per cui il responsabile dell’organo procedente dovrà informare l’interessato circo tempo e luogo di esecuzione, con invito a presenziare anche tramite delegato.

Infine, la motivazione evidenzia come in fattispecie simili a quella oggetto di giudizio rimane fondamentale l’accertamento delle cause della contaminazione, che non possono essere meramente ipotetiche e avulse dagli accertamenti probatori.

Sarà la Pubblica Accusa che dovrà, dunque, di volta in volta, chiarire quali carenze igieniche siano dipese dalla condotta dell’imputato, escludendo così la possibilità che la contaminazione sia avvenuta ad opera di altri soggetti (es. il trasportatore della materia prima).