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Il brevetto e il segreto industriale nel food

Ecco il terzo di cinque articoli che tratta della tutela della proprietà intellettuale nel settore alimentare con una breve analisi di costi ed opportunità.

In particolare, vedremo qui il brevetto e il segreto industriale nel food.

Dopo anni di ricerche, o per puro caso, avete elaborato la ricetta perfetta per una nuova “Coca Cola”?

Avete inventato un nuovo dolce combinando ingredienti esotici da ogni parte del mondo con un risultato inaspettato e straordinario?
O ancora avete scoperto che un raro frutto africano potrebbe fornire la base per un nuovo energy drink buono, sano e in grado di far tremare la “Red Bull”?

Bene, vediamo cosa si può fare per evitare che altri vi “rubino l’idea”.

Gli strumenti di tutela della proprietà industriale

Senza scendere troppo nei tecnicismi, basti sapere che l’ordinamento italiano ed europeo (in realtà in questo campo vi è un grado di armonizzazione molto elevato tra le legislazioni di tutti i Paesi del Mondo) mettono a disposizione di un ideatore creativo diversi strumenti di tutela.

Parliamo, in particolare, del marchio d’impresa, del brevetto, del disegno o modello ornamentale e, infine, del segreto industriale (ve ne sono altri ma non li tratteremo nello specifico).

Come dicevamo, in questo terzo articolo l’attenzione sarà concentrata, in particolare, sul brevetto e sulla tutela del segreto industriale (o know how).

I brevetti nel settore del food

Il brevetto è un titolo in forza del quale viene conferito, su un determinato territorio, un monopolio temporaneo di sfruttamento economico (produzione, importazione/esportazione, vendita, o attuazione del procedimento) su un’invenzione, da intendersi come soluzione innovativa ad un problema della tecnica. Essa può consistere in un prodotto, in un nuovo uso di un prodotto o in un procedimento tecnico con cui si ottiene un prodotto.

Sono brevettabili (art. 45 CPI) solo quelle idee che siano nuove (non ricomprese nello “stato della tecnica” a livello mondiale), non ovvie (non banali per un tecnico medio del settore di riferimento) lecite e suscettibili di applicazione industriale (riproducibili “meccanicamente” da chiunque e non legale alla particolare bravura di un tecnico).

I costi di un brevetto, in genere, sono di gran lunga più elevati di quelli da sostenere per ottenere un qualsiasi altro titolo di diritto industriale, visto che è necessaria l’attività di tecnici molto qualificati (es. ingegneri chimici, meccanici che siano altresì formati sulla materia brevettuale) onde predisporre la relativa domanda.

La durata di un brevetto, inoltre, è limitata nel tempo: 20 anni a decorrere dalla data del deposito della domanda e non può essere rinnovato alla scadenza (lasciando da parte l’ambito farmaceutico che ha delle peculiarità).

Nel mondo alimentare, è difficilmente concepibile la registrazione di un brevetto consistente in una nuova ricetta, poiché nella maggior parte dei casi una ricetta culinaria, per quanto stravagante o addirittura geniale, non risolve un problema della tecnica.

I prodotti alimentari brevettabili

Ci sono, tuttavia, alcuni campi in cui questi requisiti vengono riscontrati.

Si pensi, ad esempio, agli integratori alimentari, agli alimenti destinati a categorie specifiche di persone (es. i celiaci), agli alimenti addizionati, ai prodotti alimentari nuovi, dove cioè si ottengano risultati tecnici non banali rispetto alle conoscenze medie del settore. Si possono così brevettare nuovi ingredienti che diano caratteristiche particolari all’alimento: meno zuccheri rispetto ai prodotti simili, maggior digeribilità, maggior conservazione, miglior facilità di cottura, un particolare effetto positivo nell’organismo o in parte di esso ecc.

La tutela del segreto industriale o del know how

In tali casi, tuttavia, va valutata una importante alternativa: tenere la ricetta segreta. Quando si deposita la domanda di registrazione di un brevetto, infatti, occorre descrivere compiutamente e senza omissioni la propria idea, la quale poi diverrà di dominio pubblico. Ciò significa che, se è vero che nessuno può utilizzare la ricetta senza il consenso dell’inventore (o utilizzarne una che ne costituisca una banale e ovvia evoluzione), è altrettanto vero che se si trattasse di un prodotto particolarmente innovativo i concorrenti sarebbero ben lieti di considerare quella ricetta come punto di partenza per la ricerca e sviluppo di qualcosa di nuovo. A ciò si aggiunga il fatto che, comunque, dopo 20 anni, chiunque potrà utilizzare liberamente l’idea brevettata. Ecco perché, ad esempio, John Pemberton, ideatore della formula della “Coca Cola”, e altri dopo di lui, optò di tenere segreta la ricetta: così facendo la tutela è, potenzialmente, eterna.

Il “segreto aziendale o industriale” (artt. 98-99 CPI) può sintetizzarsi nelle informazioni strategiche riguardanti l’attività produttiva o organizzativa di un’impresa e che sono suscettibili di valore economico proprio in virtù della loro segretezza (forniscono cioè un vantaggio competitivo).

E’ assolutamente importante che sussista la volontà di mantenere la segretezza delle informazioni ancor prima che le stesse vengano rivelate al soggetto che poi dovrà mantenere il segreto.

La tutela ha carattere sia civilistico (es. contro atti di concorrenza sleale o di violazione di accordo di riservatezza), ed in tal caso si può pretendere ed ottenere il risarcimento del danno, sia penalistico.

Nel settore del food, oggetto di protezione può essere tanto la produzione industriale, quanto la composizione del prodotto in sé, come pure le tecniche per commercializzarlo.

Si ricorre a questa forma di tutela soprattutto per le ricette segrete (come quella celeberrima della “Coca-Cola”), il che avviene molto frequentemente nel settore beverage.

Ciò va comunque coordinato con gli obblighi informativi imposti dal Reg. (CE) 1169/2011, che, come noto, impongono l’esplicitazione in etichetta dell’elenco degli ingredienti contenuti in un alimento pre-imballato. Va però evidenziato che non è prescritta l’indicazione specifica della percentuale di ogni singolo componente, pur se l’elenco va descritto in ordine decrescente di quantità di ciascuno. Inoltre, per alcune categorie di prodotti, tra cui spiccano le bevande con tasso alcolemico superiore al 1,2 % di alcol in volume, gli ingredienti possono essere omessi.

Occorre comunque sottolineare che le informazioni conosciute o facilmente conoscibili dai terzi non rientrano nel know-how tutelabile, ad esempio qualora esse siano già state rivelate o siano comunque “note” agli esperti del settore, ovvero siano da questi ricavabili mediante ricerche del tutto ordinarie.

Al fine di tutelare le informazioni aziendali strategiche, si deve procedere ad “erigere” barriere materiali e/o giuridiche, che ne limitino accesso e diffusione.

Preliminarmente, occorre individuare esattamente quali conoscenze siano da secretare. È chiaro, infatti, che una classificazione aspecifica che ponga come segrete tutte le informazioni, faccia perdere valore a tale indicazione.

Successivamente, si andranno a strutturare misure endoaziendali e misure esoaziendali.

Le prime sono essenzialmente misure che impediscono la divulgazione delle informazioni (classico esempio di zone non accessibili o aree del server permesse solo ad una ristretta cerchia di utenti).

Tra le misure endoaziendali sono altresì ricomprese le modalità di organizzazione con cui il responsabile dell’azienda si assicura che determinati documenti o dati vadano considerati riservati da tutti coloro che, all’interno dell’organizzazione aziendale, ne devono far uso o ne vengano a conoscenza (es. manuali e codici di condotta da far circolare internamente oltre che strumenti o procedure interne di controllo e di fidelizzazione dei dipendenti).

Le misure esoaziendali, invece, riguardano i rapporti con i terzi esterni all’organizzazione. In questa categoria rientrano specifiche pattuizioni contrattuali (accordi di non divulgazione o NDA) da far sottoscrivere a fornitori, clienti o collaboratori esterni e accordi di non concorrenza con altre imprese.