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La tutela da concorrenza sleale nel food

Ecco l’ultimo di cinque articoli che tratta della tutela della proprietà intellettuale nel settore alimentare, con una breve analisi di costi ed opportunità.

In particolare, vedremo qui la tutela contro atti di concorrenza sleale nel food.

Dopo anni di ricerche, o per puro caso, avete elaborato la ricetta perfetta per una nuova “Coca Cola”?

Avete inventato un nuovo dolce combinando ingredienti esotici da ogni parte del mondo con un risultato inaspettato e straordinario?
O ancora avete scoperto che un raro frutto africano potrebbe fornire la base per un nuovo energy drink buono, sano e in grado di far tremare la “Red Bull”?

Bene, vediamo cosa si può fare per evitare che altri vi “rubino l’idea”.

Gli strumenti di tutela della proprietà industriale

Senza scendere troppo nei tecnicismi, basti sapere che l’ordinamento italiano ed europeo (in realtà in questo campo vi è un grado di armonizzazione molto elevato tra le legislazioni di tutti i Paesi del mondo) mettono a disposizione di un ideatore creativo diversi strumenti di tutela.

Parliamo, in particolare, del marchio d’impresa, del brevetto, del disegno o modello ornamentale e, infine, del segreto industriale (ve ne sono altri ma non li tratteremo nello specifico).

Come dicevamo, in questo quarto articolo l’attenzione sarà concentrata sulla tutela contro atti di concorrenza sleale.

La tutela da atti di concorrenza sleale

Innanzi tutto, giova precisare che la tutela contro gli atti di concorrenza sleale è cumulativa e concorrente rispetto a quella fornita dai diritti di privativa quali marchi, brevetti e modelli registrati.

Ciò premesso, definiamone l’ambito di rilevanza soggettiva: deve trattarsi di imprenditori che siano in rapporto di concorrenza economica (oltre al caso del c.d. terzo imposto, il quale, agisca per conto di un concorrente).

Si possono, a questo punto, distinguere atti di imitazione avvenuti ciascuno, singolarmente, a breve distanza temporale dai corrispondenti atti “originali” (concorrenza sleale diacronica), da quelli posti in essere tutti insieme poco dopo l’ultima e più significativa attività del primo imprenditore (concorrenza sleale sincronica). Per “breve” deve intendersi quell’arco di tempo nel quale l’innovatore ha ragione di aspettarsi utilità particolari dal lancio della novità. Si pensi al caso di iniziative che facciano breccia tra i consumatori al punto da catalizzarne gli acquisti.

Operata questa individuazione, la norma di riferimento (art. 2598 c.c.) prevede tre distinte ipotesi tutte, si specifica, attribuibili a titolo di responsabilità oggettiva dell’imprenditore “sleale”.

Concorrenza sleale servile

La prima riguarda atti di concorrenza sleale per confondibilità, detta servile per imitazione, che si ha quando un’impresa sfrutta l’affermazione sul mercato di un prodotto di altra impresa concorrente copiandone gli elementi distintivi ed individualizzanti. Tra questi, rientrano non solo i diritti di proprietà industriale registrati, ma anche quelli non registrati (nomi o altri segni distintivi) e perfino quelli atipici (nome della ditta irregolare o nomi a dominio).

Quanto alla forma del prodotto originale, se non registrata tramite marchio di forma o modello, deve comunque risultare nuova, distintiva (non banale o standardizzata), nota presso il pubblico di riferimento, non funzionale rispetto all’utilizzo del prodotto medesimo e non meramente ornamentale.

Concorrenza sleale per denigrazione

La seconda ipotesi è formata dagli atti di concorrenza sleale per denigrazione (offesa gratuita e del tutto in mala fede di un concorrente, portata a conoscenza anche di un solo destinatario) o per vanteria/appropriazione di pregi (si attribuisce ai propri prodotti qualità che non hanno e che sono reputate determinanti per le scelte di acquisto dei consumatori).

Ci si potrebbe chiedere, allora, se vi sia una sfera di legittimità per la pubblicità comparativa, molto comune nel settore alimentare. La disciplina di riferimento è data da: d.lgs. 145/2007, di attuazione dell’articolo 14 della direttiva 2005/29/CE che modifica la direttiva 84/450/CEE sulla pubblicità ingannevole; direttiva 2006/114/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006, concernente la pubblicità ingannevole e comparativa; infine, rilevante nel settore food, il Regolamento (CE) n. 1924/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 dicembre 2006.

I casi di “look alike” (il prodotto concorrente ha forme, colori, carattere tipografico, etichette, immagini o altro, tali da indurre i consumatori a ritenere che esso appartenga all’impresa originale), non infrequenti nel settore del cibo, rientrano senza dubbio nell’operatività della tutela contro la concorrenza sleale e, a seconda dei casi, possono essere assimilati o alla prima o alla seconda ipotesi.

Una fattispecie simile è quella del c.d. “italian sounding”, ovvero un nome dal suono italiano impiegato per prodotti che, con l’Italia, non hanno nulla a che fare. In tal caso si potrebbe parlare di una concorrenza sleale per appropriazione di pregi, in quanto si allude ad un’origine non veritiera del prodotto, con lo scopo di convincere l’ignaro consumatore a comprarlo, facendo leva sulla qualità generalmente attribuita al cibo “made in Italy”.

Violazione della correttezza professionale

Infine, l’ultima ipotesi (autonoma e residuale rispetto alle prime due) prevista dall’art. 2598 c.c. è la violazione della correttezza professionale.

Vi rientra, ad esempio, la c.d. concorrenza sleale parassitaria, caratterizzata da una illecita appropriazione dei risultati ottenuti da un’impresa concorrente, idonea ad arrecare danno a quest’ultima. La condotta è integrata quando vi sia stata un’imitazione su larga scala, continua e sistematica, non solo e non tanto dei singoli prodotti dell’imprenditore originale, ma dell’attività commerciale di quest’ultimo e nella sua complessità. A differenza, quindi, della concorrenza sleale servile per imitazione, potrebbe anche non esserci una confondibilità sull’origine dei prodotti.

All’interno della concorrenza sleale per violazione della correttezza professionale vi rientra, inoltre, ex artt. 99 e 100 CPI, la violazione del segreto industriale.

Le forme di tutela

In tutti i casi di concorrenza sleale, sono possibili più azioni. La prima e più intuitiva è quella innanzi al Giudice Civile (anche per la violazione degli articoli 20 e 21 del Codice del Consumo – d.lgs. 206/05). E’ poi possibile deferire al Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria l’imprenditore “sleale” che abbia violato le norme sulla pubblicità dei prodotti e che aderisca al sistema disciplinare, sulla base dell’art. 2 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria: “la comunicazione commerciale deve evitare ogni dichiarazione o rappresentazione che sia tale da indurre in errore i consumatori, anche per mezzo di omissioni, ambiguità o esagerazioni non palesemente iperboliche, specie per quanto riguarda le caratteristiche e gli effetti del prodotto , il prezzo, la gratuità, le condizioni di vendita, la diffusione, l’identità delle persone rappresentate, i premi o riconoscimenti“. Per finire, può essere presentato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

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