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Avvelenamento di alimenti: quando si prescrive?

Avvelenamento di alimenti: quando si prescrive? Dalla data dell’avvelenamento, o da quando l’ignaro consumatore ha ingerito l’alimento?

Si coglie l’occasione della segnalazione di una recente sentenza della Corte di Cassazione Penale ad opera dell’avvocato Enrico Di Fiorino su GiurisprudenzaPenale.com per rispondere a questa domanda.

 

 

Il delitto di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 c.p.)

Il reato in esame punisce con la pena della reclusione non inferiore a quindici anni “Chiunque avvelena acque o sostanze destinate alla alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo”. Inoltre, “Se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica l’ergastolo”.

Si nota che il disegno di legge di riforma dei reati alimentari DDL n. 283 del 3 luglio 2018 di cui si è già parlato, modifica il contenuto di tale articolo come segue: “Chiunque avvelena acque o alimenti destinati al consumo pubblico o di una collettività è punito con la reclusione non inferiore ad anni quindici. Se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica la pena dell’ergastolo» (viene affinata, dunque, la definizioni di alimento ex. art. 2 Reg. (CE) 178/2002 e viene data maggiore enfasi all’esposizione della sostanza avvelenata a più persone).

Si tratta di un delitto posto a tutela della salute pubblica e che rientra in quel “nefasto” elenco di reati di pericolo presunto, che presenta quindi non pochi problemi di compatibilità costituzionale, in un quadro sistematico in cui la norma penale dovrebbe sanzionare comportamenti realmente offensivi di beni tutelati dalla Costituzione italiana.

Va detto, comunque, che la giurisprudenza di legittimità ha bilanciato l’astrattezza del pericolo con la necessità, per la Pubblica Accusa, di dimostrare che un avvelenamento pericoloso per la salute pubblica vi sia comunque stato. In altre parole, dosi innocue, per qualità o quantità, di sostanza tossica o velenosa, non potrebbero mai integrare il comportamento illecito proprio per mancata offensività della condotta, richiedendosi invece l’accertamento scientifico del pericolo per salute pubblica (Cass. Pen., Sez. 4, n. 15216 del 13/2/2007, Della Torre, Rv. 236168)

Di fatto, dunque, la giurisprudenza ha trasformato tale fattispecie in un delitto di pericolo concreto.

 

Il termine di prescrizione dell’avvelenamento di sostanze alimentari

La sentenza oggetto di analisi (Cass. Pen., Sez. IV, 24 ottobre 2018, n. 48548, Presidente Fumu, Relatore Pezzella), chiarisce definitivamente che il reato ex art. 439 c.p. è istantaneo ad effetti permanenti. Ciò significa che gli effetti dannosi della condotta, i quali possono avvenire e protrarsi anche a distanza di molto tempo dal perfezionamento della condotta medesima, sono inquadrati dogmaticamente come post-facta non punibili. Si pensi, per fare un esempio, al furto: il ladro ruba un bene prezioso e se lo tiene per tutta la vita. La condotta si è perfezionata con lo spossamento dell’oggetto, ma i suoi effetti permangono nel tempo. Ciò non implica che il termine di prescrizione decorra dall’eventuale restituzione del bene sottratto, in quanto il legislatore ha strutturato la fattispecie di furto come reato istantaneo, in cui a rilevare è soltanto l’evento puntuale e temporalmente circoscritto dello spossessamento del bene a chi lo deteneva. Altro è, invece, il delitto di sequestro di persona, ove, invece, il termine di prescrizione è ancorato alla cessazione della condotta delittuosa (e cioè con la liberazione dell’ostaggio).

Come detto, l’avvelenamento di acque o sostanze alimentari rientra nella prima categoria: non si guarda a quando l’avvelenamento cesserà, o a quando effettivamente provocherà un danno a colui che ha assunto l’alimento, bensì alla perfetta realizzazione della condotta.

I motivi sono che “non si ha il protrarsi dell’offesa dovuta alla persistente condotta del soggetto agente, ma ciò che perdura nel tempo sono le sole conseguenze dannose del reato” (sentenza citata). Inoltre, non è consentito “porre a carico di un medesimo soggetto, in via generale, la responsabilità per un reato costruito nella forma di reato commissivo e poi addebitargli anche l’omessa rimozione delle conseguenze di quel reato” (ibidem).

Detto altrimenti, il perdurare degli effetti dell’avvelenamento non rende il comportamento più grave, ossia più dannoso (come nel caso del sequestro di persona, dove ogni momento di privazione della libertà è invece maggiormente lesivo nei confronti dell’ostaggio). Come pure il fatto che l’agente non rimuova il veleno dall’acqua o dagli alimenti, non costituisce, di per sé, un comportamento sanzionato penalmente (semmai, tale atto di collaborazione e pentimento potrebbe fondare la richiesta di uno sconto di pena). Per tornare al parallelismo di cui sopra, il ladro non viene punito due volte, prima per il furto e poi anche per la mancata restituzione.

Ecco perché, come si è detto, il termine di prescrizione (6 anni, in mancanza di atti interruttivi) decorre dal momento in cui si è perfezionata la condotta e non da quando è cessato il pericolo.

Tali considerazioni, si badi bene, riguardano unicamente la sanzione penale applicabile alla condotta di avvelenamento di acque o alimenti e non incide né su eventuali altri reati connessi (ad esempio lesione personale), né sugli aspetti civilistici del risarcimento di eventuali danni causati dal consumo di sostanza avvelenata.

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