Skip links

Sentenza Lactalis sull’indicazione dell’origine del latte

Sentenza Lactalis sull’indicazione dell’origine del latte: per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea sono compatibili col diritto eurounitario le disposizioni nazionali che impongono la specificazione dell’origine/provenienza di talune materie prime, a patto che siano rispettati determinati presupposti.

L’origine della causa

In questo articolo analizziamo riassuntivamente la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Terza Sezione, 1° ottobre 2020, nella causa C‑485/18 Groupe Lactalis contro Premier ministre di Francia et al. – instaurata su rinvio pregiudiziale del Conseil d’État (Consiglio di Stato) circa la corretta interpretazione del Regolamento (UE) n. 1169/2011 – Informazioni ai consumatori sugli alimenti – e, in particolare, dei suoi articoli 9, par. 1, lett. i), 26, par. 2, lett. a), 38 par. 1 e 39 par. 2, al fine di valutare se, in quali termini, su quali presupposti e con quali limiti sia con gli stessi compatibile una disposizione nazionale che prevede l’indicazione obbligatoria dell’origine nazionale, europea o extra-europea del latte.

La controversia è sorta quando il Groupe Lactalis ha presentato ricorso al Consiglio di Stato Francese per chiedere l’annullamento del décret n. 2016-1137, del 19 agosto 2016, relativo all’indicazione dell’origine del latte utilizzato come ingrediente.

In avvio di giudizio, il Supremo Giudice amministrativo d’Oltralpe ha sospeso il procedimento, con rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiederne la corretta interpretazione del quadro normativo unionale in materia.

La decisione della Corte UE

I giudici lussemburghesi hanno affermato che nessuna disposizione del regolamento (UE) 1169/2011 impedisce agli Stati membri di adottare norme interne che prescrivano l’obbligo di indicare il Paese di origine o luogo di provenienza di taluni alimenti in etichettatura.

Anzi, è proprio l’art. 39 a concedere loro questa possibilità, purché ne vengano rispettate le condizioni, che possono essere così sintetizzate in modo schematico:

  • in via preliminare, si deve trattare di indicazioni obbligatorie diverse ed ulteriori rispetto a quelle già previste dallo stesso regolamento (UE) 1169/2011 o da altre norme armonizzate, riguardanti situazioni in cui l’omissione dell’indicazione del Paese d’origine o del luogo di provenienza possa indurre in errore il consumatore (par. 31 sentenza). Detto in altro modo: uno Stato membro non può giustificare una disposizione nazionale volta ad introdurre un simile obbligo col fatto che, altrimenti, il consumatore “locale” potrebbe essere indotto in errore, poiché una valutazione di questo genere spetta solo ai legislatori dell’Unione Europea o alla Commissione;
  • ancora, in via preliminare, dette ulteriori indicazioni obbligatorie possono riguardare solo «tipi o categorie specifici di alimenti» e non tali alimenti considerati indistintamente (par. 32);
  • la ratio della disciplina interna deve consistere alternativamente in:
    • tutela della salute pubblica;
    • tutela degli interessi dei consumatori (normalmente si fa leva su questa seconda opzione);
    • prevenzione delle frodi alimentari;
    • protezione dei diritti di proprietà industriale o commerciale o delle denominazioni geografiche qualificate;
    • repressione della concorrenza sleale;
  • dimostrazione a monte, con carattere preminente, di un nesso comprovato [attributo oggettivo ndR] tra talune qualità degli alimenti di cui trattasi e la loro origine o provenienza. In mancanza di tale dimostrazione, la norma nazionale non può essere applicata per contrasto con il diritto europeo. Il collegamento da evidenziare è rappresentato da almeno una qualità dell’alimento, scientificamente misurabile e tale da caratterizzarlo rispetto agli altri dello stesso tipo provenienti da Paesi diversi. Per certi aspetti si può fare un parallelismo con quanto avviene con le denominazioni geografiche qualificate D.O.P. e I.G.P., per le quali la tutela è concessa proprio in virtù di quella specificità che un determinato territorio fornisce all’alimento che da esso proviene. Non vi rientra, per esempio, ed era il caso di specie, la mera contiguità territoriale dell’alimento rispetto al consumatore, con conseguente maggiore “freschezza” dello stesso, poiché si tratta di una capacità non collegata ad un’origine o ad una provenienza precisa (par. 51 sentenza).
  • dimostrazione a valle che la maggior parte dei consumatori locali attribuisce un valore significativo alla fornitura di tali informazioni [attributo soggettivo ndR]. Di per sé sola, questa motivazione non basta a giustificare la disposizione interna (par. 42 sentenza).

Brevi considerazioni

La decisione in commento non ha dipanato i dubbi e le criticità circa la compatibilità con l’ordinamento UE delle ormai numerosissime norme nazionali sull’indicazione obbligatoria dell’origine/provenienza di alcuni alimenti (in Italia abbiamo i decreti – prorogati – su latte, pomodoro, riso e grano nella pasta secca).

Da un lato, infatti, è abbastanza facile, soprattutto da parte di Paesi con tradizioni alimentari forti come quelli mediterranei, riuscire a fornire le giustificazioni di cui sopra.

Dall’altro, si finirà in quasi tutti gli Stati membri davanti ad un giudice nazionale (nel nostro ordinamento, il Consiglio di Stato) il quale sarà chiamato di volta in volta a valutare il rispetto delle condizioni messe in luce dalla Corte di Giustizia, con buona pace della certezza del diritto e soprattutto della sua applicazione uniforme in tutta l’Unione Europea.

Per il nostro Paese, è comunque assai probabile che i decreti sull’obbligo di indicazione dell’origine del latte e del grano nella pasta secca possano essere censurati dal Consiglio di Stato (che prima o poi sarà investito della questione) per contrasto con il regolamento (UE) 1169/2011 e dunque disapplicati, mentre che possano essere “salvati” quelli concernenti il riso e il pomodoro.