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Cibo non gluten free ad un celiaco: è reato?

Cibo non gluten free ad un celiaco: è reato? A che titolo potrebbe essere chiamato a rispondere un ristoratore qualora  servisse un piatto potenzialmente dannoso per la salute del suo cliente celiaco?

Innanzi tutto, va ricordato che la legge 4 luglio 2005, n.123 “Norme per la protezione dei soggetti malati di celiachia, pubblicata nella G.U. del 7 luglio del 2005 n.156, definisce all’art. 1 “la malattia celiaca o celiachia, come una intolleranza permanente al glutine, riconosciuta come malattia sociale”.

Dai dati ISTAT emerge che in Italia risiedono ben oltre 200 mila celiaci. Una città grande quasi quanto Verona.

Sul tema è intervenuta la recentissima sentenza n. 5890 del 21.12.2018 resa dalla IV sezione penale della Corte di Cassazione, la quale si è espressa in questi termini: “il gestore di un esercizio di ristorazione il quale, informato delle poli-allergie dell’avventore (tra cui morbo celiaco ed allergia al grano, glutine, fermento, formaggi, pesce, etc.), somministri allo stesso una diversa vivanda contenente grano, contrariamente a quanto stabilito (nella specie, un pasto che prevedesse l’esclusione di alimenti dannosi alla sua salute), risponde del reato di omicidio colposo, ove si dimostri che il gestore sia stato compiutamente edotto sulla gravità delle allergie del commensale e sugli effettivi pericoli connessi alla trasgressione del regime alimentare cui egli è tenuto, non essendo sufficiente la mera richiesta di un “pasto per celiaci” senza l’indicazione di specifiche allergie ai cereali

Un ristoratore può pertanto essere accusato e condannato a titolo di omicidio colposo qualora si verifichi la morte del suo cliente se, pur avendo appreso la notizia di una allergia alimentare di quest’ultimo, per noncuranza, imprudenza o imperizia gli somministra comunque alimenti che contengano proteine a cui è allergico.

Tale reato, nel nostro ordinamento, è previsto dall’art. 589 del codice penale, che punisce la condotta di chiunque cagiona per colpa la morte di una persona con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Il bene giuridico tutelato dalla norma è appunto costituito dal diritto alla vita della persona. Dunque privare qualcuno del bene vita, sia pur solo per colpa e non per dolo, ovvero anche quando tale evento non sia affatto voluto dall’agente, è considerato un fatto intollerabile che non può non avere conseguenze sul piano penale.

L’aspetto di maggior interesse della decisione, tuttavia, è rivestito dal fatto che non si ritiene il ristoratore sempre e comunque consapevole di cosa sia la celiachia e di tutte le implicazioni che potrebbero derivare dalla somministrazione di un alimento a base di grano, farro o altro cereale contenente glutine ad un avventore celiaco.

Affermazione, questa, che desta senz’altro stupore, se non preoccupazione, posto che un imprenditore del settore, a nostro avviso, non potrebbe mai mancare di un livello di consapevolezza quanto meno basilare sulle forme di allergia più gravi e diffuse che si conoscano.

I fatti

In primo grado, il Tribunale di Foggia aveva assolto l’imputato perché non riteneva dimostrata la sua consapevolezza in ordine alle conseguenze che sarebbero potute derivare dalla somministrazione di specifici alimenti allergenici ad un avventore, nonostante fosse stato da questi avvisato che fosse celiaco.

In particolare, era stata accolta la tesi difensiva per la quale tra i genitori della vittima e il ristoratore era stato concordato semplicemente di preparare per quest’ultima un “generico ad un pasto per celiaco senza menzionare alcuna allergia“. Gli altri elementi di prova emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale, inoltre, risultavano contraddittori e dunque non sufficienti a fondare un’accusa di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

Soprattutto, nessuna certezza di prova era stata raggiunta in ordine a quello che viene ritenuto “il perno della impostazione accusatoria“, ovvero che il ristoratore-imputato fosse stato reso “compiutamente edotto sulla gravità delle allergie del giovane commensale e sugli effettivi pericoli connessi alla trasgressione del regime alimentare cui era tenuto“.

Ancora più sconcertante il passaggio delle sentenza del tribunale foggiano laddove si sostiene che anche dalle testimonianze del medico intervenuto per i soccorsi e del fornitore dell’alimento contenente glutine sarebbe emerso che l’accusato avesse sempre parlato di un avventore con celiachia e non anche di specifiche allergie ai cereali, “così da inferire la non formata consapevolezza nell’imputato delle ben più gravi conseguenze che sarebbero potute derivare dalla eventuale somministrazione di specifici alimenti allergenici“.

Per il Giudice di prime cure, in sostanza, avvertire un gestore di un ristorante di essere celiaci significa comunicare una situazione diversa e ben meno grave di una allergia al glutine, con la conseguenza che la somministrazione di un alimento a base di grano o altro cereale rivestirebbe il carattere di un errore scusabile, in quanto non verrebbero resi noti in modo sufficientemente chiaro e completo gli eventuali esiti letali derivanti dalla sua assunzione.

Una conclusione che a noi pare francamente poco condivisibile.

In riforma della sentenza di assoluzione, la Corte di Appello di Bari ribaltava la decisione impugnata in quanto risultava, a suo dire, provata al di là del ragionevole dubbio quella consapevolezza da parte dell’imputato.

Dunque un esito diverso dal punto di vista di interpretazione dei fatti di causa, ma pur sempre basato sullo stesso criticabile assunto che solo l’informazione data dall’avventore al ristoratore circa la sua allergia al glutine, e non la semplice menzione della sua celiachia, possono fondare la responsabilità penale di quest’ultimo per omicidio colposo per la morte del primo a seguito di assunzione di alimento con glutine.

La tesi della Corte distrettuale, infatti, era che il gestore fosse da ritenersi pienamente responsabile del reato contestatogli (omicidio colposo, appunto) essendo venuto a conoscenza, perché informato dai genitori della giovane vittima, delle poli-allergie di quest’ultima (tra cui morbo celiaco ed allergia al grano, glutine, fermento, formaggi, pesce, etc.) e, dopo avere concordato con la stessa un pasto che prevedesse l’esclusione di alimenti dannosi alla sua salute, somministrava pur tuttavia al medesimo una diversa vivanda contenente grano, così da provocare un’insufficienza cardio-respiratoria da shock anafilattico con conseguente decesso del giovane.

Si giunge così all’ultimo grado di giudizio, ove la Suprema Corte, pur annullando la sentenza barese per questioni di carattere processuale, non sono pertinenti in questa sede, abbia ciononostante ribadito che per poter condannare l’imputato-esercente di un ristorante a titolo di omicidio colposo occorra la dimostrazione che questi “sia stato compiutamente edotto sulla gravità delle allergie del commensale e sugli effettivi pericoli connessi alla trasgressione del regime alimentare cui egli è tenuto, non essendo sufficiente la mera richiesta di un “pasto per celiaci” senza l’indicazione di specifiche allergie ai cereali“.

 

Conclusioni

Probabilmente l’insegnamento che si può trarre da questa triste vicenda è che occorre immediatamente investire maggiori risorse e sforzi, da parte di tutti gli attori coinvolti sulla sicurezza alimentare, da quelli pubblici a quelli privati, in campagne di informazione e formazione che coinvolgano consumatori, esercenti, professionisti e giuristi, onde ridurre e, possibilmente, eliminare quelle sacche di “non consapevolezza” sulla celiachia (come pure su altre malattie similari e intolleranze varie) che, in ultima analisi, costituiscono comodi rifugi per l’impunità.

 

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