Skip links

Il nuovo regolamento sull’origine/provenienza

Il nuovo regolamento sull’origine/provenienza dell’ingrediente primario di un alimento, applicabile dal 1° aprile 2020, è apparentemente semplice (solo 4 articoli), ma nasconde parecchie insidie interpretative.

Cerchiamo allora, con questo intervento ricco di esempi pratici, di capire come muoversi al meglio.

Innanzi tutto, parliamo del regolamento (UE) n. 2018/775, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 29.5.18 “recante modalità di applicazione dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento”.

Il Regolamento prevede che l’operatore debba indicare il Paese di origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario scegliendo tra diverse modalità e fornisce indicazioni pratiche (dimensioni, posizione ecc.) sulla presentazione delle suddette informazioni (art. 3).

Come detto, la data in cui le nuove regole diverranno obbligatorie è il 1° aprile 2020, ma, transitoriamente, gli alimenti immessi sul mercato o etichettati prima della possono essere commercializzati sino ad esaurimento delle scorte (art. 4 par. 3°).

Inoltre, nello stesso giorno, non saranno più applicabili le norme italiane sull’origine di alcuni prodotti (riso, grano, semola, pomodoro, latte).

Per un aiuto nell’interpretazione del regolamento in esame, si rimanda infine alle linee guida rilasciate dalla Commissione il 30 gennaio 2020 “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011”.

Paese d’origine e luogo di provenienza

Il Paese di origine è definito dall’art. 60 del regolamento (UE) n. 952/2013 (Codice Doganale dell’Unione Europea) come:

(i) il Paese in cui un prodotto è stato interamente ottenuto;

(ii) il Paese ove il prodotto, seppur non sia stato ivi interamente ottenuto, subisca l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale economicamente giustificata.

Designed by starline / Freepik

Il luogo di provenienza, invece, è definito dall’art. 2, par. 2° lett. g), del regolamento (UE) n. 1169/2011 (Food information to consumers regulation – d’ora in avanti FICR o regolamento FIC) come qualsiasi luogo in cui è indicato che provenga un alimento e che non è il “paese di origine“. Di fatto, gli alimenti non trasformati, così come i loro ingredienti, verranno indicati in base alla provenienza, come per esempio il luogo di coltivazione di una materia prima agricola.

L’art. 26 del regolamento (UE) n. 1169/2011 stabilisce norme e requisiti generali relativi all’indicazione del Paese di origine o del luogo di provenienza.

Detti requisiti, per altro, non si applicano agli “alimenti non preimballati”, a meno che gli Stati membri non abbiano adottato norme nazionali che richiedono l’applicazione di tali requisiti a tali alimenti (articolo 44 FICR). In Italia, al momento, non è vigente alcuna disposizione di questo tipo.

Prima di addentrarci nell’analisi del regolamento d’esecuzione, che prende di mira l’ingrediente primario, occorre fare un passo indietro e concentrare l’attenzione sulla dichiarazione, in alcuni casi obbligatoria, in altri facoltativa, dell’origine/provenienza dell’alimento nel suo complesso.

L’origin/provenienza dell’alimento (made in…)

Il concetto di base è che l’indicazione del Paese d’origine/luogo di provenienza è sempre facoltativo, eccetto che nei casi previsti proprio dal regolamento.

Il primo di questi casi è enunciato dall’art 26 paragrafo 2° lett. b) FICR, che rimanda all’allegato XI dello stesso regolamento e vale per le carni suina, ovina o caprina e di volatili (fresche, refrigerate o congelate).

Altre ipotesi sono a loro volte contenute nelle norme “verticali”, cioè settoriali, in cui, per determinati tipi di alimento, è richiesta l’indicazione di origine o provenienza: uova, miele, oli vergini d’oliva, prodotti ortofrutticoli e, naturalmente, prodotti della pesca freschi.

Ulteriore caso, più complesso, è invece descritto dall’art. 26 par. 2° lett. a), ove si richiede l’indicazione del Paese di origine o del luogo di provenienza di un alimento, qualora l’omissione di tale informazione possa indurre in errore il consumatore in merito al vero Paese di origine o al luogo di provenienza, in particolare se le altre informazioni che sono portate alla sua attenzione suggerirebbero un luogo diverso.

Si pensi ad un pacco di biscotti al limone con un’immagine stilizzata del lago di Garda sullo sfondo, ma prodotti in Germania: ebbene, è obbligatorio specificare il “made in Germany” del prodotto.

Che succede, invece, se quel pacco di dolciumi fosse stato fatto in Italia? Il responsabile delle informazioni potrebbe omettere la dicitura “made in Italy“, ma potrebbe comunque inserirla a titolo facoltativo.

L’origine o la provenienza dell’ingrediente primario

Problema diverso ma che si intreccia con l’indicazione del Paese di origine o il luogo di provenienza dell’alimento, e qui veniamo al tema centrale dell’articolo, è l’obbligo di fornire al consumatore l’origine/provenienza dell’ingrediente primario dell’alimento stesso.

A questo punto occorre fare luce su cosa significhi ingrediente primario.

L’ingrediente primario è definito dall’art. 2, par. 2°, lett. q), del regolamento (UE) n. 1169/2011 come “ingrediente o gli ingredienti di un alimento che rappresentano più del 50 % di tale alimento o che sono associati abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e per i quali nella maggior parte dei casi è richiesta un’indicazione quantitativa”.

L’ingrediente primario che rappresenta oltre il 50% del prodotto è detto “ingrediente primario quantitativo”, quello a cui il consumatore associa abitualmente il prodotto medesimo è l’“ingrediente primario qualitativo”.

Per quanto concerne la soglia del 50%, si fa riferimento alla quantità dell’ingrediente misurata al momento del suo utilizzo nella fabbricazione dell’alimento, in linea con il metodo utilizzato per determinare l’ordine nell’elenco degli ingredienti (art. 18 del regolamento (UE) n. 1169/2011).

Come illustrato anche dalle linee guida della Commissione, sopra richiamate, in un prodotto può non esserci alcun ingrediente primario (ad esempio cracker multicereali dove nessuno supera il 50% del peso), essercene solo uno (una barretta di cioccolato extra fondente) o essercene anche più d’uno, i quali possono essere, naturalmente, tutti qualitativi o un solo quantitativo più altri qualitativi (tortelli ripieni di ricotta e spinaci).

Applicazione del regolamento UE 2018/775

Volendo dare una rappresentazione sintetica e pratica dei casi in un cui scatta l’obbligo di indicazione del Paese d’origine o luogo di provenienza dell’ingrediente primario ai sensi del nuovo regolamento d’esecuzione, possiamo dire che i casi sono essenzialmente tre:

  1. Primo caso (origine del prodotto obbligatoria – che sia indicata o meno – diversa da quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotto in Germania, contenente richiami figurativi all’Italia, impiegando farina turca: sulla base di quanto detto nel paragrafo precedente, è obbligatorio dichiarare il “made in Germany ex art. 26 par. 2° lett. a), e, oltre a ciò, vi è l’obbligo di specificare l’origine turca, o comunque la diversa, della farina;
  2. Secondo caso (origine del prodotto facoltativa – indicata in modo esplicito – diversa da quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotti in Italia, non contiene alcun richiamo all’Italia, né nel nome commerciale, né in altri simboli o disegni, impiegando farina turca: se il responsabile delle informazioni decide, del tutto facoltativamente, di precisare il “made in italy“, dovrà obbligatoriamente poi precisare l’origine turca della farina;
  3. Terzo caso (origine prodotto facoltativa – indicata in modo implicito – diversa da quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotto in Italia, contenente richiami figurativi all’Italia, utilizzando farina turca: per quanto visto sopra, non è obbligatorio menzionare il “made in Italy“, ma, a prescindere dalla presenza o meno di tale informazione, occorre specificare il Paese d’origine della farina.

Da notare che l’obbligo di indicare origine/provenienza dell’ingrediente primario discende sempre e solo dalle due situazioni sopra esposte, ma non vale il contrario.

Per cui, indicata a titolo puramente facoltativo solo la provenienza di un primario, non occorre specificare l’origine dell’alimento. Esempio: “torta con noci provenienti dalla California”, non vi è l’obbligo di dire che è stata prodotta in Spagna, a meno che non ricorrano i casi di cui all’art. 26 par. 2° FICR, come potrebbe essere se sull’etichettatura fossero raffigurati la bandiera americana o un simbolo della California, tali da indurre il potenziale compratore a ritenere che la torta sia stata fatta negli Stati Uniti e non, invece, nel Paese iberico.

Visti i tre casi in cui si applica il regolamento d’esecuzione, vediamo i due casi in cui, invece, non scattano gli obblighi in parola:

  • Caso A (origine del prodotto non obbligatoria e non indicata, nemmeno implicitamente – diversa da quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotto in Italia, non contiene alcun richiamo all’Italia, né nel nome commerciale, né in altri simboli o disegni, impiegando farina turca: se il responsabile delle informazioni decidere di non specificare il “made in Italy“, non sarà tenuto a specificare nemmeno il Paese d’origine della farina.
  • Caso B (origine del prodotto non obbligatoria e non indicata, nemmeno implicitamente – uguale a quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotto in Italia, contenente richiami figurativi all’Italia, impiegando farina italiana: in questa situazione ideale non occorre dare altre indicazioni al consumatore finale.

Rimarrebbe scoperto solo un caso particolare:

  • Caso Omega (origine del prodotto obbligatoria – che sia indicata o meno – uguale a quella dell’ingrediente primario): pacco di biscotti prodotto in Turchia, contenente richiami figurativi all’Italia, impiegando farina turca: va indicato il “made in Turkey“, ma, a tenore del regolamento, non anche dell’ingrediente primario, visto che anche la farina è turca. È chiaro, però, che l’impatto visivo che può generare su un consumatore una raffigurazione molto forte dei simboli italiani è ben maggiore rispetto ad una semplice scritta “prodotto in Turchia“, di tal ché, ai fini di una comunicazione pubblicitaria improntata alla correttezza, dovrebbe ritenersi anche in tale fattispecie obbligatorio precisare che la farina non è italiana.

La ratio del regolamento d’esecuzione

Il regolamento d’esecuzione, come si diceva, è apparentemente di facile lettura ma i problemi sottesi sono diversi e di non semplice soluzione.

Per prima cosa, occorre allora esaminarne la ratio e, alla luce di questa, cercare di dare una risposta logica e coerente ai vari quesiti che possono porsi.

L’intento di fondo della norma unionale è di far comprendere al consumatore medio, a cui venga prospettata una certa origine o provenienza dell’alimento, che in realtà l’ingrediente primario (o gli ingredienti primario) ha ben altra origine o provenienza. La regola però va applicata in maniera sensata. Il principio è infatti quello di evidenziare l’eventuale differente origine/provenienza dell’ingrediente primario rispetto all’alimento, solo se si tratta di una caratteristica che potrebbe modificare in misura determinante le scelte d’acquisto del consumatore. È dunque la rilevanza dell’informazione rispetto alle decisioni di quest’ultimo a dover orientare l’operatore responsabile nella scelta su quando e come eseguire l’obbligo imposto dalla norma.

La valutazione dovrà essere fatta caso per caso, avendo riguardo alle aspettative dei consumatori, domandandosi se la fornitura dell’indicazione di origine/provenienza per un certo ingrediente (o per più ingredienti) sia suscettibile di incidere sostanzialmente sulle loro decisioni di acquisto o se, detto in altre parole, l’assenza dell’indicazione dell’origine sarebbe per gli stessi fuorviante.

È chiaro che chiunque veda sullo scaffale di un supermercato una spremuta di arance rosse con la bandiera italiana, pensi automaticamente che sia stata fatta con arance italiane (siciliane). Se si tratta di frutta sudamericana, è giusto e corretto farglielo sapere, trattandosi di un’informazione essenziale per l’acquisto.

Viceversa, non vanno considerate idonee a far scattare l’obbligo di cui al regolamento d’esecuzione 2018/775 parole o immagini che abbiano sì una connotazione geografica, ma totalmente slegata dall’origine o provenienza dell’alimentoLa birra più venduta in Germania”, “L’integratore alimentare della nazionale italiana di scherma”, “Vinci una vacanza a Parigi” ecc.

Per tale ragione, la semplice menzione della ragione sociale o dell’indirizzo dell’operatore responsabile delle informazioni, obbligatoria ai sensi del FICR, non dovrebbe essere considerata sufficiente a far scattare l’obbligo di indicare l’eventuale diversa origine o provenienza dell’ingrediente primario. Stesso discorso per l’indicazione (richiesta in Italia, seppur sul punto siano sorte discussioni) della sede di confezionamento. Non si tratta, infatti, di informazioni che catturano l’attenzione del consumatore medio all’atto dell’acquisto, a meno che non vengano evidenziate appositamente per creare l’apparenza di una certa origine dell’alimento.

Per la medesima ragione, l’art. 1 par. 1° specifica che non hanno alcun valore le indicazioni ormai generiche o abituali tali che, dunque, non comportino alcuna associazione mentale con il luogo richiamato. Esempio: “Pesto alla genovese”, “Pandoro di Verona”, “Panettone di Milano”, “Insalata russa”.

La stessa considerazione vale anche per quelle indicazioni geografiche di fantasia, come “Amaro Montenegro”.

Ancora, non sono rilevanti, per l’obbligo di cui al regolamento di esecuzione, quelle indicazioni che rappresentano la denominazione legale di un prodotto (esempio: “London gin”), o che sono proprie di una varietà vegetale o razza animale. Esempio: “Oliva taggiasca”, “Angus irlandese”.

Lo stesso discorso si può fare per quei riferimenti alla ricetta di un prodotto come “french fries”, “patatine fritte alla belga” o alla sua storia, spesso fatta anche solo per ragioni di appeal nella comunicazione, come “basato sulla ricetta tradizionale italiana…”.

Tutte le suddette valutazioni, in ogni caso, andranno effettuate caso per caso ponendosi dal punto di vista del consumatore medio di ciascun Paese membro in cui il prodotto è commercializzato.

Esclusi, infine, i marchi di identificazione che accompagnano un alimento conformemente al regolamento (CE) n. 853/2004 (per le carni) del Parlamento europeo e del Consiglio (per (considerando 9°).

Alcuni casi problematici di applicazione

Nella definizione sopra ricordata di ingrediente primario, si è detto che esso è l’“ingrediente o gli ingredienti di un alimento che rappresentano più del 50 % di tale alimento o che sono associati abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e per i quali nella maggior parte dei casi è richiesta un’indicazione quantitativa”.

Viene fatto dunque un rimando alla regola del QUID (quantitative ingredient declaration), prevista dall’art. 22 par. 1° regolamento FIC. Secondo tale regola, vi è l’obbligo di indicare la quantità di un ingrediente evidenziato in etichetta o nella denominazione dell’alimento o comunque a cui generalmente il consumatore associa l’alimento stesso o ancora, infine, quando serve a distinguerlo da prodotti simili per aspetto o denominazione.

È bene allora precisare, per quanto di nostro interesse, che sebbene “nella maggior parte dei casi” un ingrediente primario richieda l’indicazione della sua quantità secondo la regola del QUID, non sempre è così.

Per capire quali siano questi casi, torniamo alla ratio della norma: l’indicazione della diversa origine o provenienza dell’ingrediente primario va fornita solo se significativa per il consumatore medio, a prescindere dall’applicazione del QUID.

Esempio: Biscotti al limone. Qui l’ingrediente primario quantitativo è la farina, quello qualitativo i limoni ed è probabile che l’origine/provenienza di entrambi gli ingredienti sia di interesse per i consumatori, se diversa da quella dell’alimento. Dunque va fornita la quantità di limone presente e se ne deve indicare l’eventuale diversa origine/provenienza rispetto all’alimento.

Esempio 2: Sfogliatine glassate. L’ingrediente primario quantitativo è la farina, quello qualitativo la glassa, ma difficilmente un consumatore è interessato a conoscere l’eventuale diversa origine di quest’ultima. La quantità di glassa andrà pertanto segnalata (regola del QUID), senza bisogno di specificarne la diversa origine/provenienza.

Altra problematica riguarda l’ingrediente primario composto (art. 2, par. 2°, lett. h del regolamento FIC), formato a sua volta da più ingredienti. In tale evenienza, l’operatore può decidere di fornire l’indicazione della diversa origine o provenienza dell’ingrediente composto o di specificare addirittura quella dei suoi componenti, laddove ciò abbia un senso per il consumatore di riferimento.

Esempio: filetti di Merluzzo impanato, oltre alla provenienza del Merluzzo, secondo la norma verticale, occorre indicare anche l’origine della panatura, ingrediente composto, ma non è necessario scendere nei dettagli di ogni suo componente (farina, olio, acqua, amido, latte, sale, lievito, ecc.).

Esempio 2: tortellini ripieni, il ripieno è un ingrediente composto in cui figurano vari tipi di carne, oltre a pangrattato e altri componenti. Occorre dare l’indicazione della provenienza della carne presente, se diversa da quella del prodotto finito, meno importante è invece il pangrattato.

Infine, un caso particolare riguarda l’acqua come ingrediente.

In moltissimi alimenti è sicuramente l’ingrediente primario quantitativo (praticamente in tutte le bevande, comprese quelle alcoliche come la birra), ma in rari casi rappresenta un elemento significativo per la scelta d’acquisto del consumatore. Laddove lo sia, perché per esempio fornisce al prodotto caratteristiche del tutto particolari, va però applicato il regolamento UE 775/2018.

Esempio: succo di Ananas, l’acqua è un ingrediente primario la cui origine/provenienza ha scarsa rilevanza per la vendita del prodotto.

Esempio 2: sidro di mele analcolico dell’Alto Adige, in tal caso l’origine dell’acqua potrebbe avere una notevole importanza nella scelta di chi acquista il prodotto, aspettandosi di bere un qualcosa legato interamente ad un certo territorio.

Eccezioni all’applicazione del regolamento UE2018/775.

Il regolamento non si applica alle seguenti indicazioni geografiche qualificate (art. 1 par. 2°) in attesa di un ulteriore successivo regolamento di specificazione:

– DOP e IGP di cui al regolamento (UE) n. 1151/2012;

– DOP E IGP vinicole di cui al regolamento (UE) n. 1308/2013;

– indicazioni geografiche delle bevande spiritose stabilite dal regolamento (CE) n. 110/2008;

– indicazioni geografiche dei prodotti vitivinicoli aromatizzati stabilite dal regolamento (UE) n. 251/2014;

– Altre indicazioni geografiche protette in virtù di accordi internazionali (CETA, JEFTA, EU-Singapore, EU-Messico, EU-Mercosur).

Esempio: Speck dell’Alto Adige IGP: si applica solo ed esclusivamente ciò che è previsto dal relativo disciplinare di produzione, che, nel caso specifico, non prescrive di fornire l’informazione sull’origine o la provenienza della carne di maiale.

Si viene così a creare una situazione in cui un prodotto DOP o IGP, conforme al suo  disciplinare, può fornire ai consumatori meno informazioni rispetto ad uno analogo non protetto da alcuna indicazione d’origine qualificata.

Attenzione però che la deroga è ristretta alla sola menzione geografica contenuta nella DOP/IGP e non si estende, invece, ad eventuali ulteriori elementi dell’etichetta o del packaging del prodotto.

Il regolamento, inoltre, non si applica a quelle indicazioni del Paese di origine o del luogo di provenienza di un alimento che fanno parte di marchi registrati in attesa dell’adozione di norme specifiche.

Esempio: Yogurt greco con marchio registrato che richiama colori e suoni della Grecia, non scatta l’obbligo di comunicare l’origine o la provenienza del latte.

Nota bene: restando al caso da ultimo ipotizzato, se non è solo il marchio registrato ad alludere l’origine greca del prodotto, bensì altri elementi dell’etichetta (una fotografia di Santorini, un tempio greco ecc.) allora si ricade in una delle due situazioni sopra evidenziate per le quali, invece, il regolamento va applicato.

Esempio: Yogurt con marchio dal suono greco e con l’etichetta in cui compare un disegno in bianco e in azzurro di un tempio greco, se il prodotto è fatto in Grecia con latte turco, va evidenziata questa diversa origine, se il prodotto è, addirittura, fatto in Francia con latte turco, occorre specificare tanto il “made in…” quanto l’origine/provenienza dell’ingrediente.

Da notare che si parla solo di marchi registrati, pertanto l’eccezione in parola non è estendibile anche a quelli non registrati tutelati in via di fatto.

Il beneficio della deroga, per contro, non pare limitato ai marchi già registrati o tutelati alla data d’entrata in vigore o di applicazione del regolamento, per cui, fintanto che non vi sarà un regolamento della Commissione che andrà a specificare la portata dell’eccezione, questa si applicherà anche ai marchi registrati successivamente.

Infine, le regole oggetto del regolamento d’esecuzione non trovano applicazione ai prodotti biologici, soggetti ad una norma verticale di carattere speciale (fino al 31 dicembre 2020 il regolamento (CE) n. 834/2007).

Modi di indicazione dell’origine/provenienza dell’ingrediente primario.

L’art. 2 del regolamento di esecuzione stabilisce le regole di indicazione dell’origine/provenienza dell’ingrediente primario.

Le modalità sono due (lett. a e lett. b), a discrezione dell’operatore responsabile delle informazioni:

a) indicando un luogo geografico, il che può avvenire tanto in termini generali – “UE”, “non UE”, “Ue e non UE” (quest’ultimo caso se l’ingrediente primario ha provenienza non univoca) – oppure in modo più preciso – lo Stato, ovvero la regione o zona geografica (purché chiara per il consumatore medio) d’origine (cioè di ultima trasformazione sostanziale) o di provenienza (diversa dall’origine) o ancora in conformità della normativa verticale per determinate categorie di ingredienti primari (ad es. zona FAO per i prodotti ittici ecc.). Esempi: “Origine farina: Italia”, “Origine farina: Italia e Francia”, “Origine farina: UE”, “Origine farina: Italia e Canada”, “Origine farina: UE e non UE”, “con arance dalla Sicilia”, “con grano dai Balcani”, “con grano dai Balcani e dalla Crimea”, “con seppie del Mar Mediterraneo” ecc. La corretta interpretazione del regolamento impone di osservare il principio di coerenza e armonia quando si decide di menzionare livelli di luoghi geografici diversi, non mischiando dunque livelli tra loro eterogenei. Esempi: è corretto dire “UE e non UE“, ma non “Italia e non UE. Possibile invece specificare tra parentesi un livello di dettaglio più specifico accanto a quello più ampio, ad esempio “UE (Italia) e non UE“. Nota bene: tra le modalità citate, l’operatore ha facoltà di scegliere tra il Paese di origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario, indifferentemente.

b) indicando che il Paese di origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è diverso da quello dell’alimento.Esempio: “Prodotto in Italia con farina non italiana”, “Prodotto in Italia con farina di diversa origine”, “Con farina non proveniente dall’Italia” ecc.

L’operatore, dunque, può scegliere tra l’opzione a) e b), decisione che, in ultima analisi, risponde unicamente a logiche di marketing e comunicazione, poiché dal punto di vista giuridico sono perfettamente equivalenti.


Come si può notare dagli esempi, inoltre, vi è una certa flessibilità nella formulazione dell’indicazione richiesta dal regolamento 775/2018, ciò che conta è la chiarezza del suo significato per il consumatore medio e su questo la responsabilità è totalmente in capo all’operatore.

Sempre in quest’ottica, rimane facoltà dell’operatore medesimo “approfondire” il messaggio rivolto ai consumatori, dando cioè maggiori dettagli sull’ingrediente primario, dove ha subito determinate lavorazioni, il fatto che l’origine possa variare in base alla stagione ecc. Ciò a patto di chiarire meglio la propria comunicazione, non di “mischiare le acque” per nascondere la vera origine o provenienza dell’ingrediente primario.

Prescrizioni tecniche: dove inserire l’informazione, in che modo, con che dimensione

Se ci si trova in una delle due situazioni sopra illustrate, il regolamento in esame impone obbligatoriamente di fornire l’informare su origine/provenienza dell’ingrediente primario.

Si applicano, conseguentemente, le regole di cui al regolamento UE 1169/2011 valevoli per tutte le informazioni obbligatorie al consumatore: possibilità di utilizzare, in aggiunta alle parole, simboli, disegni, pittogrammi (art. 9 par. 2°), le indicazioni devono essere facilmente visibili, chiaramente leggibili e, se del caso, indelebili, in linea con i requisiti generali stabiliti nell’atto di base (art. 13 par. 1°).

Fatte sempre salve queste regole generali, il regolamento d’esecuzione precisa poi che l’indicazione dell’origine/provenienza dell’ingrediente principale deve essere collocata nello stesso campo visivo dell’indicazione dell’origine/provenienza dell’alimento (art. 3 regolamento 775/2018) e, se quest’ultima si ripete in parti diverse dell’etichettatura, va parimenti riportata ogni volta quella relativa all’ingrediente principale.

Ulteriore prescrizione, la dimensione del carattere relativo alla specificazione del Paese d’origine o luogo di provenienza dell’ingrediente primario deve essere pari ad almeno il 75% (misurando l’altezza della “x”) rispetto all’indicazione testuale dell’origine o provenienza dell’alimento, con i minimi di cui all’art. 13 par. 2° del regolamento FIC), ossia altezza della x pari ad almeno 1,2 mm, eccetto che per contenitori la cui superficie maggiore misura meno di 80 cm2, nel qual caso l’altezza della x della dimensione è di almeno 0,9 mm.

Se l’origine/provenienza dell’alimento è fornita solo tramite disegni, simboli, colori ecc., ma non a parole, vanno rispettate comunque queste dimensioni minime.