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Superfood: cosa sono e come pubblicizzarli

Superfood: se ne parla tantissimo, spesso a sproposito e, a volte, persino violando le norme. In questo articolo vediamo allora cosa sono i superfood e come possano essere correttamente pubblicizzati senza incorrere in possibili sanzioni da parte dell’AGCM o dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP).

 

Superfood: cosa sono

I cosiddetti superfood (in italiano non usiamo un’espressione corrispondente nella nostra lingua) sono semplicemente alimenti ricchi di nutrienti (soprattutto antiossidanti, vitamine e sali minerali), a cui vengono attribuite particolari e numerose proprietà benefiche per l’organismo. In altre parole, un superfood dovrebbe offrire, a parità di quantità e di occasione di consumo, migliori caratteristiche nutrizionali e fisiologiche di un cibo “normale”.

Normalmente si pensa che i superfood siano soltanto alimenti nuovi, esotici, estranei alla dieta europea, ma si tratta di un’idea errata.

Un conto, infatti, sono i novel food, ovvero alimenti effettivamente non presenti sulle nostre tavole prima del 1997 (ne abbiamo parlato qui), un altro i superfood.

Molti novel food non sono “super”, e molti alimenti tradizionali, invece, lo sono.

Ammesso che, poi, davvero questa espressione, “superfood”, sia corretta dal punto di vista scientifico.

In effetti numerosi esperti del settore preferirebbero evitare il termine in questione, in quanto fuorviante ed impiegato dai reparti di marketing e comunicazione di molte aziende per far maggior presa sui consumatori, dichiarando o alludendo a proprietà incredibili spesso alimentate più da falsi miti che da dati oggettivi.

Il termine superfood risale in realtà al lontano 1949, quando venne usato per la prima volta in Canada e da allora la sua ascesa è stata inarrestabile.

Generalmente, il riferimento è ad alimenti naturali non processati, come frutta (superfruit), verdura, semi (supergrain) e alghe.

Tra gli alimenti tradizionali, potrebbero rientrare nella categoria gli spinaci, il salmone (di fatto l’unico ad avere origine animale), i mirtilli, il cavolfiore ecc.

Tra quelli importati da altri Paesi, invece, si ricordano in breve la quinoa, le bacche di goji, la curcuma, l’acqua di cocco, l’alga spirulina ecc.

In alcuni casi, addirittura, stiamo assistendo ad alimenti esotici ma che recentemente vengono prodotti anche in Italia, soprattutto nel meridione, come le bacche di goji in Calabria, l’avocado in Sicilia e l’alga spirulina in Sardegna, arrivando persino a offrire livelli qualitativi di eccellenza e non inferiori a quelli dei luoghi di origine.

Il mercato, soprattutto quello italiano, sembra molto recettivo alle novità in fatto di superfood, sarà forse per la cura che gli italiani dedicano all’alimentazione sana o presunta tale, anche se spesso si assiste a veri e propri fenomeni di moda, con cibi che vengono alla ribalta improvvisamente, per poi perdere appeal e assestarsi a percentuali di consumo più contenute nel giro di pochi anni.

Il problema essenziale risiede nella scarsità di prove scientifiche relative alle proprietà frequentemente associate al consumo di questi cibi. Ciò per varie ragioni, ma in modo particolare per l’oggettiva difficoltà di estendere i risultati ottenuti su soggetti campione a cui è stata somministrata una quantità rilevante dell’alimento esaminato alla popolazione generale, la quale consumerà quell’alimento in quantità sicuramente inferiori e nell’ambito di una dieta variegata.

Superfood: come pubblicizzarli

Se negli Stati Uniti il termine superfood può essere impiegato piuttosto liberalmente, nell’Unione Europea bisogna, invece, prestare maggiore attenzione.

A partire dall’applicazione del regolamento CE 1924/2006 (ne abbiamo parlato approfonditamente qui), infatti, tutte le indicazioni volontarie che vengono fornite sull’etichettatura o con qualunque altro mezzo ai consumatori, anche indirettamente, devono rispettare regole ben precise.

Il rischio per i trasgressori è di incorrere in sanzioni che, in Italia, sono contenute nel d. lgs. 27/2017 e, più precisamente, all’art. 10 co. 4°, il quale prevede un massimo edittale di ben 10.000 €.

La dicitura “superfood”, per il regolamento sopra citato, rientra ad avviso di chi scrive nella sfera d’applicazione dell’art. 10 par. 3°, rappresentando a tutti gli effetti un’indicazione generale, nel senso che allude ad effetti positivi per chi assume l’alimento, senza specificare quale funzione corporea, psichica o metabolica venga interessata o senza riferirsi alla riduzione del fattore di rischio di una malattia.

Come risulta evidente dalla lettura della norma, un’indicazione di questo tipo è ammissibile solo se accompagnata da una rivendicazione sulla salute specifica ad essa pertinente, scegliendo tra quelle già autorizzate dalla Commissione Europea ed inserite nell’apposito elenco. A livello grafico, inoltre, le due diciture devono essere vicine tra loro. Quanto al rapporto di attinenza dell’indicazione specifica rispetto al claim generico “superfood”, occorre che ne venga data dimostrazione scientifica basandosi sulla particolare composizione dell’alimento reclamizzato.

Quindi, per esempio, è lecito pubblicizzare come superfood un particolare frutto o un vegetale a cui siano associabili più benefici per la salute di chi se ne nutre, anche se consumato in dosi moderate in considerazione delle sue proprietà nutrizionali.

Viceversa, l’indicazione risulta vietata, e pertanto sanzionabile, quando viene utilizzata per reclamizzare alimenti che abbiano proprietà del tutto simili a quelle di prodotti comparabili per tipologia, natura e quantità normale di consumo nell’ambito di una dieta equilibrata.

Secondo queste regole, pertanto, non potrebbe chiamarsi superfood il cavolo ricciokale”, che possiede, è vero, ottime quantità di vitamine e minerali come il ferro, ma non in misura superiore ad altre verdure simili e, per alcuni aspetti, addirittura è inferiore (ad esempio meno ferro degli spinaci).

Oppure si pensi all’avocado, ricco di grassi monoinsaturi ma anche più calorico di altri frutti che forniscono quantità similari di quello stesso tipo di grassi. Discorso simile per i semi di chia, il cui apporto di omega-3 è comunque inferiore a quello del pesce e sono, per giunta, più calorici.

In altri casi, invece, tali proprietà non hanno ancora basi scientifiche internazionalmente condivise e accettate, come per le bacche di goji (diminuzione dei fattori di rischio di tumori e malattie cardiovascolari).

Diverso potrebbe essere invece il caso delle alghe ricche di vitamina B12, solitamente presente negli alimenti di origine animale. Ecco che allora, se confrontate con cibi simili, offrono senz’altro un qualcosa di più e utile che potrebbe giustificarne l’appellativo di superfood. Rimanendo a questo caso, dunque, a giudizio di chi scrive sarebbe lecito pubblicizzare la spirulina come “superfood” indicando, accanto a tale dicitura, uno o più claim sulla salute relativi proprio alla vitamina B12, come “La vitamina B12 contribuisce alle normali funzioni psichiche” e “la vitamina B12 contribuisce alla riduzione della stanchezza e della fatica”.