Skip links

La delega di funzioni nell’impresa alimentare

La delega di funzioni nell’impresa alimentare di particolari dimensioni risulta la modalità più ovvia e necessaria per poter amministrare efficacemente tutte le funzioni aziendali.
Vediamo allora che caratteristiche deve avere per poter essere valida e consentire dunque al titolare dell’impresa di andare esente da responsabilità amministrative e penali per danni derivanti da situazioni imputabili al delegato.

Cos’è la delega di funzioni

Per delega di funzioni intendiamo un atto, scritto o orale, con cui un soggetto, titolare di una posizione di garanzia e di poteri che sono connessi a tale posizione, li affida ad un altro soggetto, nuovo responsabile derivato di quella posizione di garanzia.
Questo in termini estremamente generici. Esempio classico: il gestore di una piscina aperta al pubblico assume un bagnino col compito di vigilare sui pericoli derivanti dalla piscina medesima a garanzia dell’incolumità fisica degli avventori.
Nel settore che ci occupa, la delega può avere ad oggetto gli adempimenti connessi con i requisiti igienico sanitari degli alimenti (v. reg. (CE) 178/2002, reg. (CE) 852/2004, reg. (CE) 853/2004), tra cui l’implementazione di un sistema basato sull’HACCP, quelli relativi alla tracciabilità degli alimenti (reg. (CE) 178/2002, reg. (CE) 1760/2000, reg. (CE) 1337/2013) e, ancora, la correttezza delle informazioni ai consumatori (reg. (UE) 1169/2011).
Aspetto importante di un corretto sistema di deleghe interne è la sua stretta correlazione con la costruzione dei Modelli di organizzazione gestione e controllo richiesti dal d. lgs. 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti derivante da reato (c.d. compliance).

Cosa dicono le norme

A livello normativo, non esiste, né a livello unionale, né a livello nazionale, una norma che imponga determinati requisiti alla delega di funzioni in tema di disciplina degli alimenti.
Esiste pertanto, da questo punto di vista, massima libertà in capo ai datori di lavoro, i quali possono scegliere se adottare atti scritto o orali, i modi in cui comunicare il rilascio della delega a terzi e i contenuti della stessa.
Così non è, per esempio, in materia di sicurezza sul lavoro, dove il d. lgs. 81/2008, invece, prescrive la forma scritta (art. 16), indica quali obblighi non sono assolutamente delegabili (art. 17), oltre a svariate altre caratteristiche (data certa, scelta di soggetto con competenze specifiche, conferimento di poteri effettivi e di autonomia di spesa ecc.).
Nel diritto alimentare, dunque, occorre riferirsi alle indicazioni che provengono dalla giurisprudenza.
Prima di passare ad una rapida analisi delle sentenze più importanti al proposito, si evidenzia che, la proposta di riforma dei reati alimentari (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) prevede altresì:

Art. 40. (Introduzione dell’articolo 1-bis della legge 30 aprile 1962, n. 283)
1. Dopo l’articolo 1 della legge 30 aprile 1962, n. 283, è inserito il seguente:
«Art. 1-bis. – 1. La delega di funzioni da parte del titolare di impresa alimentare, come individuata ai sensi dell’articolo 3 del regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2002 o, comunque, da parte del soggetto che ne esercita i poteri gestionali, decisionali e di spesa, è ammessa alle seguenti condizioni:
a) che essa risulti da atto scritto recante data certa;
b) che il delegato possegga tutti i requisiti di professionalità ed esperienza richiesti dalla specifica
natura delle funzioni delegate;
c) che essa attribuisca al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate;
d) che essa attribuisca al delegato l’autonomia di spesa necessaria allo svolgimento delle funzionidelegate;
e) che la delega sia accettata dal delegato per iscritto.
2. Alla delega di cui al comma 1 deve essere data adeguata e tempestiva pubblicità.
3. La delega di funzioni non esclude l’obbligo di vigilanza in capo al titolare in ordine al corretto
espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite. L’obbligo di cui al primo periodo si intende assolto in caso di adozione ed efficace attuazione del modello di organizzazione e gestione ai sensi dell’articolo 6-bis del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.
4. Il soggetto delegato può, a sua volta, previa intesa con il titolare, delegare specifiche funzioni in
materia di sicurezza degli alimenti o mangimi e di lealtà commerciale alle medesime condizioni di cui ai commi 1 e 2. La delega di funzioni di cui al primo periodo non esclude l’obbligo di vigilanza in capo al delegante in ordine al corretto espletamento delle funzioni trasferite. Il soggetto al quale sia stata conferita la delega di cui al presente comma non può, a sua volta, delegare le funzioni delegate»”.
http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/49434.pdf

Come si può notare, si tratta di un vero e proprio copia-incolla dell’art. 16 del d. lgs. 81/2008.
Se, quando e come la riforma verrà approvata, però, non lo sappiamo. Al momento, non pare nemmeno in testa all’agenda politica del Governo.
E’ allora opportuno dare uno sguardo, come si diceva, alla giurisprudenza.

Cosa dice la giurisprudenza

Ciò che viene sottolineato dalla Corte di Cassazione penale, è un insieme di principi che già la disciplina giuslavoristica ha positivizzato, eccetto che la richiesta della forma scritta.

In particolare, si parla del principio di effettività della delega, in virtù del quale assume rilevanza pregnante l’effettività dei poteri delegati al fine di prevenire ed evitare la concretizzazione del rischio oggetto della posizione di garanzia del delegante.

Ciò che conta, in altre parole, è che vi sia stata, all’interno dell’impresa, una concreta e specifica individuazione e ripartizione dei compiti connotata dai requisiti della chiarezza e della certezza (Cass. Sez. III penale, 2 ottobre 2013, n. 3107).
Di nessuna importanza, invece, la forma che ha rivestito l’atto traslativo di responsabilità (Cass. pen. Sez. III penale, 10 settembre 2015, n. 44335). Quindi, questo è bene evidenziarlo, ad oggi, a differenza della normativa prevenzionistica, la forma scritta non è necessaria.
Non viene nemmeno richiesto un vero e proprio atto specifico di delega, anche dato oralmente, quando l’azienda è divisa in rami o sedi territoriali, ognuna delle quali affidata ad un direttore dotato di autonomia gestionale e decisionale. Si pensi al caso di una catena di supermercati: il direttore del negozio è considerato unico responsabile del rispetto della normativa igienico-sanitaria e in simili casi la delega è considerata “in re ipsa“.

In sintesi: si guarda alla sostanza, e non alla forma.

Ancora, le dimensioni aziendali non sono di per sé determinanti ai fini della legittimità della delega (Cass. sez. III penale, 14 giugno 2005, n. 33308), anche se è ovvio che più piccola è l’ente e più difficilmente giustificabile sarà la volontà del titolare di spogliarsi della propria responsabilità amministrativa e penale.
Ne consegue che in unità produttive o commerciali di notevoli estensioni e con movimentazione di un gran numero di prodotti attraverso molti addetti, la fissazione di un organigramma interno con relativa attribuzione di poteri a determinati supervisori è sufficiente per ritenere legittima la delega, con efficacia scriminante per il titolare.
Nelle realtà meno articolate, invece, anche se in via di principio la delega non può essere esclusa, risulterà meno agevole per la difesa dell’imprenditore dimostrare che non vi fossero impedimenti oggettivi al monitoraggio diretto dell’attività svolta.

Altro principio essenziale, che si affianca a quello dell’effettività, è quello della scelta del delegato tra soggetti competenti per il compito da svolgere. Significa, in sostanza, che la giurisprudenza non considera reale un atto traslativo di funzioni di garanzia in capo a mere “teste di legno”, richiedendo invece che tali adempimenti siano affidati ad un soggetto qualificato investito di funzioni direttive. Di converso, non vi sono requisiti particolari richiesti (ad esempio il possesso di un titolo di studio o di attestati rilasciati in seguito alla frequentazione di corsi o altro).
L’importante, dunque, è che il designato abbia le conoscenze e competenze tecniche, scientifiche, amministrative e gestionali adeguate per poter adempiere la mansione in modo corretto.

Ancora una volta, si guarda alla sostanza più che alla forma.

I criteri adoperati dal garante originario per la sua scelta saranno sempre sindacabili dai giudici, i quali potranno ritenere che lo stesso rimanga l’unico responsabile di eventuali illeciti amministrativi o penali, nonostante il conferimento della delega. Si parla, allora, di “culpa in eligendo”, per designare la rimproverabilità del legale rappresentante che abbia optato in maniera del tutto superficiale e irrazionale (o furbesca).

Il destinatario dei poteri, d’altro canto, non è sempre immune da censure: se, infatti, è conscio di non avere i giusti requisiti per gestire le fonti di pericolo affidate, deve rinunciare all’incarico, pena una sua responsabilità a titolo di “colpa per assunzione”.

Ancora, altro principio, che in realtà si accompagna a quelli sopra prospettati, è l’autonomia del delegato, sia in termini di possibilità di esercitare i poteri senza l’ingerenza del delegante (del resto, in caso contrario, la delega sarebbe non effettiva, e dunque fittizia), sia in termini di capacità di spesa (deve cioè poter disporre di un budget sufficiente per organizzare la propria mansione, senza dover chiedere permesso al delegante per ogni disposizione di spesa che non sia straordinaria).

Ciò, per altro, non significa che il garante originario, dopo essersi “spogliato” della responsabilità in relazione a determinati obblighi imposti dalla legge, debba disinteressarsi completamente dell’operato del destinatario dei poteri.
Anzi.
La giurisprudenza intravvede in in simile comportamento un chiaro esempio di “culpa in vigilando”. Il principio di base è che l’inerzia o vistosi errori del garante derivato devono essere corretti dal garante originale. In caso contrario, quest’ultimo risponderà di un eventuale illecito in concorso col proprio addetto.
Ancora, la responsabilità del primo obbligato permarrà per tutte quelle mancanze attribuibili a scelte strategiche e progettuali. E’ la cosiddetta responsabilità “di posizione” o “apicale”, con la quale si censura la colpa dell’organizzazione nel suo complesso così come congegnata e diretta dal legale rappresentante. Si pensi all’omessa adozione dei programmi di prerequisiti basati su GHP (Good Hygiene Practices) e GMP (Good Manufacturing Practices) e di procedure di autocontrollo (reg. (CE) 852/2004) o all’omessa valutazione del rischio che, per sua natura, rimane attività non delegabile. O ancora, si pensi alla scelta dei fornitori da parte di una GDO senza la relativa predisposizione degli audit di controllo, o l’inadeguatezza degli impianti di refrigerazione per precisa scelta aziendale volta al contenimento dei costi.
Dunque, mentre vi sono funzioni non delegabili, in quanto strettamente correlate con l’essenza stessa del vertice di un’impresa, tutte le altre possono venire affidate a soggetti particolarmente competenti a cui è demandato il buon funzionamento dell’azienda.