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Decreto origine carni suine

Decreto origine carni suine: dal 16 novembre 2020 è in vigore il nuovo decreto interministeriale (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero della Salute) con cui si rende obbligatoria l’indicazione del luogo di provenienza della
carne suina con cui sono stati realizzati insaccati ed altri prodotti alimentari trasformati
.

Vediamo il contenuto del testo normativo, nonché alcuni casi problematici di sua applicazione ed esempi concreti esplicativi.

L’iter del decreto

Il provvedimento, firmato dai ministri Bellanova, Patuanelli e Speranza, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 settembre 2020, dopo il decorso di 3 mesi (c.d. stand still) dalla notifica alla Commissione Europea, senza che questa o altri Paesi membri abbiano avanzato osservazioni sulla sua conformità alle norme unionali in tema di libero commercio e mercato unico.

Precedentemente, il 18 dicembre 2019 la bozza del decreto in commento è stata sottoposta, e approvata, dalla Conferenza Unificata (cioè un organismo che unisce Stato, Regioni, Province autonome ed enti locali) e discussa con le associazioni maggiormente rappresentative a livello italiano della filiera suinicola.

Come menzionato, la data di entrata in vigore è il 16 novembre 2020, ma è già previsto che l’applicazione cesserà a partire dal 1° gennaio 2022, salvo proroghe. Inoltre, con circolare del 13 novembre 2020 del Ministero dello Sviluppo Economico, si consente agli O.S.A. di utilizzare le attuali scorte di etichettature non conformi (e quelle acquistate/commissionate prima del 16 settembre 2020), fino al 31 gennaio 2021.

Obblighi in etichettatura

Il decreto va letto in chiave sistematica, congiuntamente a due regolamenti eurounitari fondamentali.

Il primo è il regolamento di esecuzione (UE) N. 1337/2013 della Commissione del 13 dicembre 2013 che fissa le modalità di applicazione del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda l’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza delle carni fresche, refrigerate o congelate di animali della specie suina, ovina, caprina e di volatili, il quale aveva previsto l’indicazione dell’origine / provenienza della materia prima, limitando tuttavia tale obbligo solo alle carni fresche, refrigerate o congelate.

Si noti che, ai sensi di tale provvedimento, le indicazioni da fornire riguardavano il Paese di allevamento e quello di macellazione dell’animale, non anche quello di nascita, a differenza del decreto in commento.

Il secondo è il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 della Commissione del 28 maggio 2018 recante modalità di applicazione dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento, relativo alla necessità di specificare l’origine / provenienza dell’ingrediente primario quantitativo (> 50% in peso dell’alimento) o qualitativo su prodotti per i quali viene indicata o allusa una origine / provenienza diversa. Per le modalità di applicazione di tale ultimo testo normativo, vedi nostra breve guida.

Bene, tenuta a mente l’area di operatività dei regolamenti dianzi citati, il testo del nuovo decreto estende ora l’obbligo di indicare in etichettatura di carni macinate, di quelle separate meccanicamente, delle preparazioni di carne (es. carni a cui sono stati aggiunti altri ingredienti come erbe, aromi, spezie, come gli hamburger) e dei prodotti a base di carne (es. insaccati) una serie di informazioni circa l’origine del maiale da cui è stata tratta la materia prima carnea.

Anche se non specificato nel decreto in parola, è da ritenere che esso valga anche per le carni macinate, separate meccanicamente, prodotti a base di carne e preparazioni di carni utilizzate come ingredienti di altri alimenti, tra cui le paste ripiene.

La ratio della norma è quella infatti di rendere sempre noto al consumatore l’origine delle carni suine sui prodotti preimballati, siano essi carni fresche, trasformate o presenti quali ingredienti, con le sole eccezioni specificamente contemplate. Secondo il principio ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, se il legislatore avesse voluto escludere queste fattispecie, a mio avviso le avrebbe menzionate.

Il testo italiano si inserisce, dal punto di vista delle fonti del diritto, nello spazio riservato agli Stati membri dall’art. 39 del regolamento (UE) 1169/2011Disposizioni nazionali sulle indicazioni obbligatorie complementari :

  1. Oltre alle indicazioni obbligatorie di cui all’articolo 9, paragrafo 1, e all’articolo 10, gli Stati membri possono adottare,
    secondo la procedura di cui all’articolo 45, disposizioni che richiedono ulteriori indicazioni obbligatorie per tipi o categorie specifici di alimenti per almeno uno dei seguenti motivi:
    a) protezione della salute pubblica;
    b) protezione dei consumatori;
    c) prevenzione delle frodi;
    d) protezione dei diritti di proprietà industriale e commerciale,
    delle indicazioni di provenienza, delle denominazioni d’origine controllata e repressione della concorrenza sleale.
  2. In base al paragrafo 1, gli Stati membri possono introdurre disposizioni concernenti l’indicazione obbligatoria del
    paese d’origine o del luogo di provenienza degli alimenti solo ove esista un nesso comprovato tra talune qualità dell’alimento e la sua origine o provenienza
    . Al momento di notificare tali disposizioni alla Commissione, gli Stati membri forniscono elementi a prova del fatto che la maggior parte dei consumatori attribuisce un valore significativo alla fornitura di tali informazioni.

Sulla scorta di questa disposizione era stata emanata la legge 3 febbraio 2011, n. 4, che all’art. 4 – Etichettatura dei prodotti alimentari – nella sua versione aggiornata ed attualmente vigente, afferma:

  • 3. Con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e il Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sentite le organizzazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale nei settori della produzione e della trasformazione agroalimentare e acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari, previo espletamento della procedura di notifica di cui all’articolo 45 del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, sono definiti, per le finalità di cui alle lettere b), c) e d) del paragrafo 1 dell’articolo 39 del medesimo regolamento, i casi in cui l’indicazione del luogo di provenienza è obbligatoria. Sono fatte salve le prescrizioni previste dalla normativa europea relative agli obblighi di tracciabilità e di etichettatura dei prodotti contenenti organismi geneticamente modificati o da essi costituiti.
  • 3-bis. Con il decreto di cui al comma 3 sono individuate le categorie specifiche di alimenti per le quali e’ stabilito l’obbligo dell’indicazione del luogo di provenienza. Ai sensi dell’articolo 39, paragrafo 2, del regolamento (UE) n. 1169/2011, il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, in collaborazione con l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA), assicura la realizzazione di appositi studi diretti a individuare la presenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la relativa provenienza nonché a valutare in quale misura sia percepita come significativa l’indicazione relativa al luogo di provenienza e quando la sua omissione sia riconosciuta ingannevole. I risultati delle consultazioni effettuate e degli studi eseguiti sono resi pubblici e trasmessi alla Commissione europea congiuntamente alla notifica del decreto di cui al comma 3. All’attuazione delle disposizioni di cui al presente comma si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Come previsto dagli articoli sopra riportati, il Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali ha proceduto, assieme all’ISMEA, a realizzare uno apposito studio di mercato sull’importanza dell’indicazione dell’origine della carne suina negli alimenti trasformati per il consumatore italiano mediamente formato.

Il risultato ha dimostrato che l’83% dei partecipanti al panel (26.500 persone) analizzato ritiene decisiva la provenienza italiana dell’ingrediente principale quando deve decidere l’acquisto di un alimento a base di carne suina trasformata, e oltre il 95% di essi ne chiede la chiara e leggibile indicazione in etichetta.

Il testo prevede, appunto, che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette del campo visivo principale e con le stesse dimensioni previste per le altre informazioni obbligatorie (altezza della “x” di 1,2 mm o, in casi di contenitori la cui superficie maggiore sia inferiore agli 80 cm², 0,9 mm):
– “Paese di nascita: (nome del paese di nascita degli animali);
– “Paese di allevamento: (nome del paese di allevamento degli animali);
– “Paese di macellazione: (nome del paese in cui sono stati macellati gli animali).

Come si è detto, la dicitura sul Paese di nascita è una novità in fatto di carne suina, in quanto non prevista dal regolamento UE 1337/2013 in relazioni alle carni freschi, congelate o refrigerate.

Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: «Origine: UE», se, invece, si tratta di uno o più Stati non membri dell’Unione europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: «Origine: extra UE».

Nota bene: non è prevista la dicitura «Origine: UE ed extra UE» (in quanto l’art. 4 co. 5 prevede che si possa applicare l’espressione «UE o extra UE» solo in riferimento alle singole fasi di nascita, allevamento e macellazione – purché entrino in gioco più Paesi – e non all’indicazione riassuntiva “origine: …”), tuttavia, a giudizio di chi scrive, si tratta solo di una svista del legislatore, e, pertanto detta affermazione è ammissibile.

Viceversa, è da escludersi che si possa impiegare l’espressione «UE/extra UE/UE o extra UE» in relazione alle singole fasi se per ciascuna di esse sia stato interessato un singolo Stato (questo perché l’art. 4 co. 5 del decreto afferma che “Qualora l’indicazione dell’origine di cui al comma 1 si riferisca a più di uno Stato, il riferimento al nome del paese può essere sostituito dai termini «UE», «extra Ue» o «UE o extra UE», a seconda dei casi“).

Quindi, per fare un esempio, se il maiale da cui proviene la carne è nato in Germania, poi è stato allevato in parte in Germania ed in parte in Italia, poi macellato in Italia, si può scrivere “Origine delle carni suine: UE”, oppure “Paese di nascita: Germania; Paesi di allevamento: Germania e Italia (o “UE”), “Paese di macellazione: Italia”. Non sarebbe invece corretto scrivere “Paese di nascita: UE. Se si volesse “nascondere” che il maiale sia nato in Germania, pertanto, occorrerebbe adottare la dicitura semplificata “Origine delle carni suine: UE”. Possibile invece dire “Paesi di allevamento: UE“.

Importante ambito di esclusione degli obblighi sin qui visti è quello dei prodotti D.O.P., I.G.P e di altre denominazioni d’origine riconosciute da trattati internazionali cui partecipi l’Unione Europea.

Ancora, si ricorda che le norme si applicano solo per gli operatori che commercializzino il proprio prodotto in Italia, mentre non incidono minimamente su coloro che fabbrichino o commercino gli stessi prodotti in altri Paesi UE, in Turchia o Stato dello Spazio Economico Europeo (es. Svizzera e Norvegia) (c.d. clausola di mutuo riconoscimento).

Infine, i prodotti difformi già etichettati prima dell’entrata in vigore del decreto possono continuare ad essere commercializzati fino ad esaurimento scorte o, se antecedente, fino alla data di scadenza.

Sanzioni

Per quanto concerne il trattamento sanzionatorio applicabile ai trasgressori dei nuovi obblighi, sempre ammesso che la condotta posta in essere non costituisca altro reato (es. frode in commercio), il testo di riferimento è il d. lgs. 231/2017 (art. 13: sanzione pecuniaria da 2.000 euro a 16.000 euro, a meno che non si sia trattato solo di errori od omissioni formali, nel qual caso la somma varia da 500 euro a 4.000 euro).

In aggiunta, potrà intervenire anche l’Autorità Garante della Concorrenza del Mercato (A.G.C.M.) per quanto concerne gli aspetti di informazione corretta ai consumatori.

L’autorità competente ad eseguire i controlli e a contestare gli eventuali illeciti amministrativi si ritiene essere l’ICQRF.