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Nuovo regolamento UE 2018/848 sulla produzione biologica

Nuovo regolamento UE 2018/848 sulla produzione biologica: applicabile dal 1° gennaio 2022, vediamone qui una panoramica di carattere generale.

 Il testo va letto congiuntamente al relativo regolamento di esecuzione (UE) 2021/279 della Commissione del 22 febbraio 2021 per quanto concerne i controlli, la rintracciabilità, la conformità e l’etichettatura dei prodotti biologici.

 

 

Produzione biologica: definizione

La produzione biologica è un sistema completo, ecologico e sostenibile che prevede l’implementazione dei migliori procedimenti naturali per la produzione agroalimentare, con l’obiettivo di salvaguardare l’ambiente, il clima, le risorse naturali, la biodiversità ed il benessere animale, promuovendo le filiere corte e la produzione locale (artt. 4 e 5).

A proposito del benessere animale, a denotare una maggior sensibilità del legislatore europeo intravista già nel nuovo regolamento sui controlli ufficiali 2017/625 (vedi qui nostro commento), è stabilito che in ambito biologico l’obiettivo è realizzare condizioni migliorative rispetto a quelle generalmente previste dalle norme dell’Unione in materia di zootecnica. Viene così posta attenzione alle condizioni degli animali negli allevamenti, dalla loro densità all’accesso all’aria aperta, ecc.

 

Le norme investono tutte le fasi della filiera agroalimentare: produzione, preparazione, lavorazione, trasporto, stoccaggio, distribuzione fino alla fornitura al consumatore finale (vedi a tal fine l’art. 23 e l’allegato III) e sono volte a tutelare i soggetti che a vario titolo vi partecipano. In particolare, ai produttori primari viene assicurato un reddito equo derivante dalla produzione e vendita di prodotti dall’elevata qualità certificata, riconosciuta come tale dai consumatori.

Coerentemente con tale obiettivo, la produzione biologica è integrata nella PAC (Politica Agricola Comune) mediante la previsione di meccanismi di retribuzione e incentivazione per gli agricoltori che la adottano.

Importante ricordare che il regolamento sulla produzione biologica è cedevole rispetto alla legislazione in materia di sicurezza della catena alimentare, salute e benessere degli animali, salute dei vegetali e materiale riproduttivo vegetale (art. 2 par. 4°), ovvero rispetto al regolamento CE 178/2002 (c.d. General Food Law). Risulta altresì cedevole nei confronti del regolamento (UE) n. 1308/2013 “sull’organizzazione comune dei mercati” – OCM e del regolamento (UE) n. 1169/2011 “food information regulation” – FIR, seppure soltanto rispetto a disposizioni specifiche.

 

 

 

Cosa è incluso nel nuovo regolamento

La disciplina in oggetto si applica (art. 2) in prima battuta a tutti i prodotti agricoli vivi o comunque non trasformati, a quelli trasformati per finalità alimentare, ai mangimi e al materiale riproduttivo vegetale, provenienti da agricoltura, allevamento, acquacoltura ed apicoltura. In secondo luogo, si applica altresì a quei prodotti specificamente elencati nell’allegato I del regolamento (tra cui compaiono i lieviti, il sale marino e altri sali, gomme e resine naturali, oli essenziali, preparati erboristici e altri), che in futuro potrebbe essere ampliato da atti delegati della Commissione Europea.

I prodotti da ultimo citati, che non derivano dalla produzione primaria, hanno in comune la caratteristica di essere strettamente legati ai prodotti agricoli, nel senso di rappresentarne uno sbocco produttivo importante o di essere parte integrante del loro processo di produzione, oltre a contribuire allo sviluppo delle zone rurali.

 

Essendo una normativa quadro, il regolamento in esame si limita a fissare i principi fondamentali atti a garantire la persistenza delle caratteristiche e qualità biologiche dei prodotti in tutte le fasi della loro produzione e commercializzazione.

Sarà poi compito della Commissione Europea emanare norme di dettaglio per le singole categorie di prodotti.

 

 

 

Cosa non è incluso

Non sono inclusi nell’ambito di applicazione del regolamento i prodotti che provengono dalla caccia o dalla pesca di animali selvatici, poiché il loro processo produttivo non può essere pienamente controllato, così come la produzione animale “senza terra”, ad eccezione del caso dell’apicoltura.

Coerentemente con ciò, non rientrano nella produzione biologica le colture di piante idroponiche, questo perché la produzione biologica si basa sul principio secondo cui i vegetali devono essere nutriti tramite le radici in contatto col suolo vivo, traendo beneficio dall’ecosistema che lo caratterizza.

A tal proposito, il regolamento introduce comunque nuove eccezioni riguardanti la produzione di semi germogliati o cespi di cicoria e la produzione in vaso di piante ornamentali e di erbe aromatiche che sono vendute in vaso al consumatore, o coltivate in «aiuole demarcate».

Altra esclusione riguarda gli alimenti preparati dalle collettività nei loro locali, salva l’applicazione di norme nazionali (rimane in ogni caso escluso l’utilizzo del logo di produzione biologica dell’Unione Europea). Si veda, a tal proposito, il decreto MiPAAF 18 luglio 2018 n. 6793, allegato I – Parametri minimi per la certificazione biologico nell’attività di ristorazione collettiva, in cui si parla di “piatto biologico” e di “piatto con ingrediente biologico”.

 

 

 

La struttura del regolamento

La struttura del regolamento è suddivisa tra principi (articoli 5, 6 e 7), norme generali di produzione (articoli da 9 a 11), valevoli per tutte le tipologie di prodotti biologici, e norme dedicate alle singole categorie: vegetali (art. 12), materiale riproduttivo vegetale (art. 13), animali (art. 14), alghe e animali di acquacoltura (art. 15), alimenti trasformati (art. 16), mangimi trasformati (art. 17), vino (art. 18) e lieviti (art. 19). Tali norme sono poi approfondite nell’allegato II.

Vi sono poi disposizioni specifiche per quanto riguarda l’autorizzazione di prodotti e sostanze utilizzati per l’uso nella produzione biologica (art. 24), gli obblighi dell’OSA in caso di sospetto di non conformità (art. 27) e misure precauzionali da porre in essere per evitare che ciò accada (art. 28). Segue quindi il capo sull’etichettatura (artt. 30 – 33), sulla certificazione biologica (artt. 34 – 36), sui controlli ufficiali (artt. 37 – 43), sull’import-export di prodotti biologici (art. 44 – 49) e sulle norme di chiusura (artt. 50 – 61).

Degli allegati I e II si è già detto, l’allegato III contempla norme di dettaglio su raccolta, imballaggio, trasporto e magazzinaggio dei prodotti, l’allegato IV reca le traduzioni di “biologico” in tutte le lingue UE, l’allegato V presenta il logo di produzione biologica UE e l’allegato VI, infine, contiene un fac-simile di certificato biologico, con tutti gli elementi necessari.

 

 

 

La produzione biologica in generale

Due principi di fondo:

  1. occorre far ricorso a tecniche di produzione che impediscano o riducano al minimo l’impiego di sostanze non naturali;
  2. occorre limitare i fattori di produzione esterni all’azienda biologica (a prescindere dal fatto che siano naturali).

 

La produzione biologica dovrebbe tendenzialmente essere quanto più naturale possibile, cioè facendo ricorso a sostanze chimiche solo nella quantità minima indispensabile e solo se specificamente autorizzate per la produzione biologica (pesticidi, farmaci veterinari, prodotti per la pulizia, additivi per gli alimenti trasformati, ecc.).

 

Le strategie da adottare consistono principalmente nella selezione di varietà vegetali e di specie animali longeve, resistenti alle malattie e più adattabili alle diverse condizioni pedoclimatiche locali, nel mantenere e potenziare la vita e la fertilità naturale del suolo (ad esempio tramite la rotazione delle colture), nell’utilizzo di metodi meccanici e fisici di protezione dai nemici naturali e dagli organismi nocivi, ecc. (art. 6).

 

Coerentemente con questa regola, sono banditi OGM (la soglia di contaminazione accidentale o tecnicamente inevitabile è dello 0,9%, la stessa prevista per le produzioni convenzionali), radiazioni ionizzanti e clonazione animale (ma rimane consentita l’inseminazione artificiale), oltre che nanomateriali ingegnerizzati (disciplinati dall’articolo 3, paragrafo 2, lettera f), del regolamento (UE) 2015/2283).

 

Per i produttori italiani, uno strumento utile e gratuito è senz’altro il “registro pubblico degli input” pubblicato da FiBL in stretta collaborazione con Federbio: https://italy.inputs.eu/.

 

Idealmente, un’azienda biologica dovrebbe produrre solo alimenti biologici, in quanto la certificazione biologica riguarda il metodo di produzione, e non i singoli alimenti. Quando un’azienda decide di certificarsi, deve sottoporsi ad un periodo di conversione, che decorre dalla data di notifica all’Autorità competente del proprio Stato (per l’Italia, il Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) e dura per 12 mesi, nel corso dei quali è obbligata ad osservare pienamente le rigide regole previste dal regolamento in parola (e atti derivati), ma senza poter presentare i propri prodotti come biologici. Alcuni di questi, che ricadono in categorie limitate (art. 10.4), possono tuttavia essere commercializzati come “biologici in conversione”. Per quanto riguarda il riconoscimento retroattivo di periodi in conversione, si veda il regolamento di esecuzione (UE) 2020/464 della Commissione del 26 marzo 2020, mentre, per l’etichettatura, l’art. 3.1 del regolamento di esecuzione UE 2021/279.

 

Esiste però la possibilità che un’azienda biologica adotti regimi diversi (biologico, in conversione e convenzionale) per prodotti diversi. Si tratta allora di un’azienda mista, che il nuovo regolamento vede con maggior favore rispetto che in passato. Per poter operare, tuttavia, l’azienda deve tener ben separate le diverse produzioni, mediante suddivisione in unità di produzione chiaramente ed effettivamente distinte. Se ciò non è possibile, vanno comunque adottate misure per dividere nettamente i prodotti destinati al regime biologico, convenzionale o in conversione, onde evitare contaminazioni accidentali, tenendo adeguate registrazioni per quelli biologici.

 

 

 

Deroghe

Sono ammesse deroghe a questo regime così rigido.

Rispetto al regolamento del 2007, che prevedeva deroghe ed eccezioni più numerose e flessibili, il nuovo testo ha voluto dare un giro di vite, al fine di evitare che la certificazione biologica potesse essere applicata in modo troppo esteso anche ad alimenti che, obiettivamente, hanno ben poco di biologico.

Eccetto deroghe specifiche contemplate dalle singole norme di produzione, l’unica categoria generale prevista è quella delle “circostanze calamitose” (art. 22), in presenza delle quali gli Operatori saranno legittimati a non seguire i disciplinari di produzione biologica.

Sarà comunque la Commissione Europea che, con apposito atto delegato, individuerà i criteri volti a determinare se una situazione possa definirsi circostanza calamitosa, in occasione della quale uno Stato Membro è legittimato a stabilire deroghe alle norme sulla produzione biologica per gli OSA coinvolti.

Altra possibile deroga all’applicazione delle regole sulla produzione biologica (per un periodo massimo di 6 mesi, prorogabile due volte per periodi di massimo 6 mesi ogni volta) può essere concessa dai singoli Paesi in relazione all’impiego di ingredienti agricoli non biologici per produrre alimenti biologici trasformati (art. 25), qualora non vi sia adeguata disponibilità di ingredienti biologici e questi non possano essere sostituiti da altri equivalenti.

Le autorità di controllo o gli organismi di controllo, nelle stesse condizioni, possono concedere autorizzazioni provvisorie.

 

 

 

Regole di produzione vegetale e animale

Venendo alla produzione vegetale, è ammesso l’impiego di concimi ed ammendanti autorizzati per la produzione biologica, nella misura strettamente necessaria, se le esigenze nutrizionali dei vegetali non possono essere soddisfatte mediante tecniche naturali (1.9.3).

Consentito l’uso di preparati a base di microrganismi (1.9.6) e biodinamici (1.9.9), ma non di concimi minerali azotati (1.9.8). Consentito l’uso di pesticidi autorizzati per la produzione biologica solo se non sia possibile salvaguardare altrimenti la salute delle piante altrimenti (1.10.2). A tal fine, in caso di contaminazioni accidentali di pesticidi non autorizzati, in Italia la soglia è dello 0,01 mg/kg (D.M. 309/2011).

 

Nella produzione animale, il mangime per gli animali deve provenire, per almeno il 60 %, dall’azienda stessa o, qualora ciò non sia praticabile o tale mangime non sia disponibile, deve essere ottenuto in cooperazione con altri produttori biologici o in conversione situati nella stessa regione. La percentuale summenzionata sarà elevata al 70 % a partire dal 1° gennaio 2023 (1.9.1.1.a).

Non è consentito l’uso di stimolanti della crescita e di amminoacidi sintetici (1.4.1.f), mentre possono essere somministrati (immediatamente!) farmaci veterinari se gli animali si ammalano o si feriscono (1.5.2.1), con preferenza per quelli omeopatici e fitoterapici e, solo quando ciò non fosse sufficiente, anche con quelli allopatici ottenuti per sintesi chimica, compresi gli antibiotici, nel rispetto di condizioni rigorose e sotto la responsabilità di un veterinario (1.5.2.2). La somministrazione di farmaci chimici, però, se si ripete con una certa frequenza, comporta l’impossibilità di commercializzare i relativi prodotti come biologici. Nessuna limitazione, invece, per vaccinazioni, cure antiparassitarie e piani obbligatori di eradicazione.

Focus: norme di produzione per alimenti trasformati

Di grande rilievo le disposizioni specifiche sugli alimenti trasformati (art. 16), enucleate nell’allegato II, parte IV, oltre che in successivi atti di esecuzione che la Commissione UE adotterà in futuro.

Gli alimenti trasformati sono quelli ottenuti dalla modificazione sostanziale di prodotti agricoli e connessi (cfr. allegato I), tramite procedimenti quali: trattamento termico, affumicatura, salagione, stagionatura, essiccazione, marinatura, estrazione, estrusione o una combinazione di tali procedimenti. Non si considerano tali quei prodotti semplicemente divisi, separati, sezionati, affettati, disossati, tritati, scuoiati, frantumati, tagliati, puliti, rifilati, decorticati, macinati, refrigerati, congelati, surgelati o scongelati.

 

I prodotti trasformati possono essere etichettati come biologici solo se risultano composti principalmente (più del 50% in peso, senza contare acqua e sale) da ingredienti di origine agricola e connessi. Inoltre, almeno il 95% degli ingredienti di origine agricola deve provenire da agricoltura biologica, mentre il restante 5% può essere composto da ingredienti agricoli non biologici purché autorizzati. Se in un alimento trasformato è presente un ingrediente agricolo biologico, non può esserne utilizzata anche la variante non biologica o in conversione (principio di non concomitanza).

Quanto all’autorizzazione degli ingredienti non biologici (2.2.1.), vi sono due macro-categorie: la prima formata da ingredienti che richiedono una specifica autorizzazione da parte della Commissione UE (che pubblica e aggiorna annualmente un apposito elenco) e, in casi particolari, dagli Stati membri (artt. 24 e 25); la seconda, invece, formata da ingredienti già direttamente autorizzati dal regolamento in esame.

Nella prima rientrano ingredienti agricoli non biologici (soprattutto alimenti di agricoltura extra-UE), oltre che additivi e coadiuvanti tecnologici.

La seconda è delineata nel punto 2.2.2., ove compaiono preparazioni aromatiche e sostanze aromatizzanti naturali, coloranti utilizzati per la stampigliatura delle carni e dei gusci d’uovo, acqua potabile, sali, sostanze minerali (anche oligoelementi), vitamine, aminoacidi e micronutrienti (nel rispetto delle norme vigenti quanto agli integratori alimentari, alimenti addizionati e alimenti per gruppi specifici).

Diverse novità riguardano proprio gli aromi.

 

 

 

La nuova disciplina sugli aromi

Sotto la vecchia normativa, tutti gli aromi naturali erano ammessi nella produzione biologica.

Il nuovo testo, invece, all’allegato II, parte IV, punto 2.2.2.b, richiama solo l’art. 16.4 del regolamento (CE) 1334/2008 – “regolamento aromi”, ovvero gli “aromi naturali di [X]”, non anche gli artt. 16.5 e 16.6, relativi agli aromi naturali generici.

Un aroma può essere etichettato come “aroma naturale di [X]” solo se la totalità o almeno il 95 % (p/p) del componente aromatizzante è stato ottenuto dal materiale di base a cui è fatto riferimento. Ad esempio, si può dire “aroma naturale di limone” solo se il 95% del componente aromatizzante, da cui l’aroma è tratto, appartenga al limone.

Quanto alla presenza di additivi alimentari e/o altri ingredienti alimentari incorporati per scopi tecnologici, è sufficiente che questi siano consentiti sugli aromi dal regolamento (CE) n. 1333/2008: non è richiesta un’ulteriore autorizzazione per il loro utilizzo in aromi destinati ad alimenti biologici, a patto ovviamente di non avere alcun effetto tecnologico nel prodotto finale (carry over). In caso contrario, dovranno essere invece appositamente autorizzati (in attesa di un nuovo elenco, si può fare riferimento al  regolamento di attuazione (UE) 2019/2164, riferito al vecchio regolamento sulla produzione biologica).

 

Quindi un “aroma naturale di [X]”, pienamente rispettoso del regolamento aromi, è de facto autorizzato come ingrediente idoneo per la produzione di alimenti trasformati biologici, e lo definiamo “aroma idoneo” alla produzione di alimenti trasformati biologici.

 

Un aroma idoneo è considerato ingrediente agricolo o non agricolo?

Sappiamo che solo gli alimenti che contengono almeno il 95 % di ingredienti biologici in peso sul totale degli ingredienti agricoli possono fregiarsi dell’indicazione “Biologico” (o equivalenti) in denominazione (art. 30.5.a) e del logo di produzione biologica dell’Unione Europea (o logo nazionale).

Il punto 2.2.4.b dell’allegato II parte IV afferma che “le preparazioni e le sostanze di cui al punto 2.2.2, lettere a), c), d), e) e f), non sono considerate ingredienti agricoli”.

Come si nota, manca la lettera b), quella dedicata proprio agli aromi, che dunque sono considerati ingredienti agricoli a tutti gli effetti. La conseguenza è che il loro peso va contato per determinare se l’alimento in cui sono contenuti possa essere denominato biologico o meno.

La domanda allora è: quando un aroma idoneo è un ingrediente biologico?

La risposta è fornita dall’art. 30.5.b.iii: “per quanto concerne gli aromi … tutti i componenti aromatizzanti e supporti per componenti aromatizzanti nell’aroma interessato siano biologici.

Posto che gli aromi sono ingredienti trasformati, valgono per essi i parametri che devono rispettare gli alimenti trasformati biologici (art. 30.5.a), ovvero il 95% in peso degli ingredienti agricoli deve essere biologico.

Ma gli aromi sono formati da due componenti: una aromatizzante, l’altra non aromatizzante.

La parte aromatizzante è considerata interamente agricola, dunque il 95% in peso deve essere biologico, mentre il restante 5% potrà essere costituito da ingredienti agricoli convenzionali (precisamente, saranno aromi agricoli convenzionali, già autorizzati direttamente dal regolamento sul biologico, allegato II, parte IV, punto 2.2.2.b). La parte non aromatizzante (i “supporti” di cui alla norma sopra citata, che comprendono additivi, coadiuvanti tecnologici e altri ingredienti alimentari), invece, deve avere almeno il 50%+1 in peso di ingredienti agricoli (es. alcool usato come solvente), il cui 95% deve essere biologico. In questo 95%, se vi sono additivi (saranno additivi agricoli biologici), devono essere autorizzati ex art. 24 parr. 2 e 4 del regolamento. Il restante 5% di parte agricola sarà formato, invece, da ingredienti e additivi (agricoli non biologici), i quali parimenti, tutti, dovranno essere autorizzati ex art. 24 parr. 2 e 4.

 

Facendo un riepilogo, un aroma è biologico quando:

  • è un “aroma naturale di [X]”, ovvero il componente aromatizzante (preparazioni aromatiche o sostanze aromatizzanti naturali) proviene al 95% dalla matrice vegetale “[X]”.

 

  • tale componente aromatizzante, che è al 100% agricola, è così formata:
    • > 95%:
        • ingredienti aromatizzanti agricoli biologici;
    • < 5%:
        • ingredienti aromatizzanti agricoli non biologici, i quali non necessitano di autorizzazione speciale, essendo autorizzati direttamente dal regolamento.

 

  • la parte non aromatizzante:
    • > 50% parte agricola (acqua e sale non vengono computati)
      • > 95%:
        • ingredienti alimentari non aromatizzanti agricoli biologici (non necessitano autorizzazione);
        • additivi agricoli biologici (con asterisco, devono essere autorizzati);
      • < 5%:
        • ingredienti alimentari non aromatizzanti agricoli non biologici (devono essere autorizzati);
        • additivi agricoli non biologici (con asterisco, devono essere autorizzati);
    • < 50% parte non agricola
        • additivi non agricoli non biologici (senza asterisco, devono essere autorizzati).

 

 

 

Controlli ufficiali

Il regolamento sulla produzione biologica prevede una serie di controlli aggiuntivi rispetto a quelli stabiliti dal regolamento (UE) 2017/625 sulla base della probabilità di non conformità al regolamento sulla produzione biologica (vedi anche art. 2 regolamento di esecuzione UE 2021/279).

È così previsto che gli operatori e i gruppi di operatori, ad eccezione di quelli che vendono prodotti biologici preimballati direttamente al consumatore, siano sottoposti ad una verifica di conformità almeno una volta all’anno (art. 38 par. 3°) che, generalmente, prevede un’ispezione fisica in loco, eccetto quando sussista una bassa probabilità di rischio di non conformità, nel qual caso i controlli fisici avvengono a distanza di massimo 24 mesi.

Rimane comunque essenziale l’autocontrollo da parte dei singoli operatori della catena del biologico, con dovere di collaborazione con l’autorità e l’organismo di controllo in caso di sospetto di non conformità, al sorgere del quale è previsto un vero e proprio protocollo da seguire (art. 1 regolamento di esecuzione UE 2021/279).

 

 

 

Import

Per quanto concerne l’importazione nel mercato unico di prodotti biologici realizzati da Paesi terzi, la novella normativa incide sul regime di equivalenza.

Detto sistema, introdotto dal vecchio regolamento, prevedeva che gli operatori dei Paesi terzi, la cui normativa sulla produzione biologica era ritenuta equivalente rispetto a quella unionale, potevano esportare alimenti biologici nel mercato unico semplicemente presentando alla frontiera un certificato di ispezione, rilasciato dall’autorità o dall’organismo di controllo locale.

Ebbene, il regime in questione verrà abbandonato dal 31 dicembre 2025 (art. 48). I motivi sono da rintracciare nella moltiplicazione delle norme applicabili da parte delle autorità e degli organismi di controllo, rendendo poi di fatto impraticabile un’adeguata supervisione da parte della Commissione UE.

 

 

 

Certificazione

In tema di certificazione, in questa sede si vuole evidenziare la novità rappresentata dalla certificazione di gruppo, prima riservata esclusivamente ai produttori dei Paesi in via di sviluppo.

I gruppi di operatori (art. 36) sono composti da agricoltori e/o acquacoltori di piccole dimensioni e geograficamente vicini, facenti uso di un sistema di commercializzazione comune e sottoposti ad un sistema per i controlli interni per la verifica del rispetto delle regole sulla produzione biologica da parte di ciascun membro. Il vantaggio è quello di poter richiedere una certificazione di gruppo, la quale ha naturalmente una minor incidenza dei costi di ispezione e degli oneri amministrativi connessi alla certificazione biologica. Chiaramente, i membri del gruppo poi non possono vendere i loro prodotti certificati se non attraverso il gruppo stesso.

Norme più specifiche sui gruppi sono previste agli artt. 4 – 7 del regolamento di esecuzione UE 2021/279 (es. dimensione massima a 2000 membri, documentazione di cui tener traccia da parte del gruppo, ecc.).

A livello operativo, l’art. 9 del d. lgs. 21.03.2018, ancora in vigore, impone agli operatori italiani di notificare l’inizio della loro attività e assoggettare la loro impresa al sistema di controllo utilizzando la procedura di cui all’articolo 7, comma 3, della legge 28 luglio 2016, n. 154.

 

 

 

Non conformità e sanzioni

Non esiste una norma europea recante le sanzioni per gli O.S.A. riconosciuti come responsabili di non conformità alle regole sulla produzione biologica.

In Italia il riferimento normativo rimane il già citato d. lgs. 21.03.2018.

 

Si distinguono tre tipologie di non conformità, elencate per gravità decrescente: infrazioni, irregolarità e inosservanze, per cui sono previste sanzioni di carattere amministrativo sia non pecuniarie (sempre in ordine di gravità: esclusione dell’O.S.A. dal sistema di controllo; sospensione della certificazione; soppressione delle indicazioni biologiche sui prodotti non conformi previa diffida se sanabili; invito a correggere l’inosservanza), sia pecuniarie, sempre ammesso che il fatto non costituisca reato.